— È vero rispose Federico, ma che volete? Io mancava da una pezza da Parigi, e ho avuto molte faccende per le mani. Quando si ha la sventura di non essere nati ricchi come voi altri, il tempo è tutto il capitale; e fa mestieri di bene impiegarlo. Noi altri poveri artisti dobbiam lavorare per vivere.
— E la gloria? esclamò Giustino.
— Fumo, mio caro signor Victor, fumo e non altro. A proposito di fumo mi fo ardito di prendere la mia pipa, e offrirvi in pari tempo due saporosi avana di prima qualità.
— Da bravo! questo è quello che ti avremmo chiesto, se tu non ci avessi pensato.
I tre giovani si posero a fumare. In un momento il salotto diventò annebbiato come la fucina di un fabbro.
— Ma sai, cospetto, disse Giustino dopo aver mandato via dalla bocca una colonna vorticosa di fumo, sai che questo tuo salotto è qualche cosa di gentile e di principesco?
— Miserie, signor Victor, miserie!... D’altra parte, ben sapete che questa roba non è mia; appartiene allo albergo.
— Sia comunque: pochi artisti possono alloggiare in un albergo di questa sfera, alla strada della Pace... Ma quando si vende un quadro per centomila franchi, è cosa naturalissima il trinciarla da gran signore.
Ci era qualche cosa di sardonico e d’irrisorio in queste parole di Giustino, come se avessero posto in canzone il prezzo esagerato, pel quale Federico aveva detto di aver venduto il quadro la Preghiera. A Federico non isfuggì il sottil sarcasmo di Giustino.
— I quadri che si pagano centomila franchi, egli rispose misurando le parole e calcandole con la voce, come se avesse voluto sottolinearle, non sono della specie più comune: essi sono rarissimi come gli artisti che li creano e costano sudori di morte. Se poi aveste il minimo dubbio, signor Victor, sulla verità del prezzo che mi si paga pel quadro la Preghiera, tra poco ve ne convincerete del tutto, perocchè sarà forse qui a momenti il compratore.