Giustino era sorpreso e trasportato udendo a parlare la signora. Egli, senza darsi verun pensiero del marito presente, scaricava negli orecchi di Lucia un fiume di elogi alla finezza del linguaggio di lei, al senno onde ragionava di cose le quali sogliono essere affette per la mente di una donna, e alla irreprensibile pronunzia che ella aveva acquistata dell’idioma francese. A questo assalto di lodi, dal quale Lucia si schermiva il meglio che poteva e senz’alcuna affettata esagerazione di modestia, seguitava un torrente d’interiezioni ampollose, e di avverbii stravaganti, solite forme d’una lingua povera e svenevole che si sostiene su le più iperboliche figure.

È incomprensibile come la lingua francese, così schifa e inceppata nella sua costruzione, così monca e zoppa nel suo andamento, così stentata e ridicola nella sua pronunzia, così poco atta ai grandi pensieri, è incomprensibile come questa civettuola abbia ottenuto in Europa una specie di universalità, e venga dai più tenuta in concetto di vaga e dolce favella.

Augusto era men verboso verso Marietta, perocchè costei, non conoscendo il francese, non rispondeva che con monosillabi, per lo più affermativi.

Eduardo intanto cominciava ad impazientarsi, e forse avrebbe rotto bruscamente una conversazione a cui lo avean fatto straniero e che però non gli andava più a sangue, quando per buona ventura, Federico invitò la brigata a passare nella stanza contigua, dov’era il quadro.

Giustino s’impadronì del braccio di Lucia, e Augusto di quello di Marietta.

Eduardo era corso il primo a rigustar la gioia di affissare i suoi occhi sul gran dipinto.

Uscendo i cinque personaggi dalla stanza dove era il quadro, la maraviglia e l’ammirazione erano su’ loro volti. Eglino erano rimasti atterrati dalla possanza del genio.

Eduardo era pallidissimo; ma il suo estremo pallore non era tutto effetto di ammirazione: il suo nobil cuore avea ricevuto un colpo mortale.

Lo sguardo di Federico scintillava di un doppio trionfo.

VIII. GELOSIA