«Questa sera, alle nove e mezzo, io sarò immancabilmente al primo piano della casa N. 8, strada D... Verrò solo; e giuro che nessuno al mondo saprà quanto io sono felice di avervi ispirato, bella straniera, questa per me lusinghiera confidenza. G. V.».
La lettera fu consegnata al messo che l’avea portata, il quale partì a corsa battuta.
Giustino intanto, abbandonato il capo su i cuscini del suo letto, si piaceva di trasportare il pensiero alla gioia che lo aspettava. Gli parea che da questo giorno ei cominciasse a diventar uomo.
L’idea che quella lettera fosse un agguato non si presentò neppure per un istante al suo pensiero; e, avvegnachè vi avesse pensato, le particolarità menzionate nella lettera erano tali da allontanare ogni dubbiezza.
Dopo un quarto d’ora, Giustino, che ormai avea addosso la febbre della prima buona fortuna, siccome si addimandano in Francia le turpitudini, gli adulterii ed altre scostumatezze di questo genere, si gittò dal letto, si vestì e si pose a spasseggiare in lungo e in largo per la sua camera, pensando al modo che dovea tenere per colorare con un pretesto agli occhi d’Isalina e d’Augusto la sua gita a Parigi.
Giustino non si fermò a verun proponimento per sottrarsi alle interrogazioni della sua fidanzata e della famiglia d’Orbeil. Soltanto egli avea fermato di svignarsela dopo il pranzo, adducendo per pretesto una chiamata frettolosa del suo Ammiraglio che era tuttavia a Parigi.
E nel fatto, non sì tosto, verso le sei fu finito il pranzo, il domestico di Giustino, che avea ricevuto l’ordine di ciò fare, venne ad annunziargli che un uomo, espressamente venuto da Parigi, lo aspettava al casino, dovendo dirgli cose della massima urgenza. Giustino dimandò il permesso di allontanarsi per un momento, e, dopo un quarto d’ora tornò e disse che il suo Ammiraglio lo aspettava in quella sera stessa a Parigi, e che però gli era forza di volare, senza perdere un minuto, alla capitale. Fu messo in ordine un buon cavallo. Augusto si offrì di accompagnarlo; ma Giustino si scusò dicendo che egli sarebbe giunto a Parigi prima che annottasse, e che però era affatto inutile, per lui Augusto, di darsi il fastidio di accompagnarlo.
Questa inaspettata chiamata dell’Ammiraglio faceva presagire il prossimo avanzamento di Giustino; onde i voti e gli augurii della famiglia d’Orbeil lo seguitarono.
Giustino si partì, non senza un piccolo rimorso di aver ingannata la sua cara Isalina, la quale avealo accompagnato collo sguardo lunghesso il viale dei nocciuoli. Il giovine sentì una pena nell’anima ch’ei non seppe spiegarsi, e provò un momento di tristezza cupa e profonda; ma tosto il pensiero della felicità che lo aspettava dissipò quella nube dalla sua fronte.
Al cader delle prime ombre, Giustino era a Parigi.