Mentre Giustino leggeva a Auteuil la lettera che abbiam posto sotto gli occhi dei nostri lettori, un’altra lettera era consegnata a Eduardo Horms, a Parigi. Questi usciva per sue faccende, quando il portinaio dell’Albergo des Princes pose tra le sue mani il biglietto pocanzi arrecato da un commissionario.

La lettera consegnata a Eduardo conteneva queste poche parole:

«Signore — Un amico dei più leali e affezionati alla vostra persona, tenerissimo dell’onor vostro, vi avverte che questa sera, alle nove e mezzo, vostra moglie si troverà con Giustino Victor, al primo piano della casa n. 8, strada D... Se volete sorprenderli, sappiate che alle spalle di questa casa ci è un albereto, e che una delle finestre, a cui si abbarbica un grande albero, è dischiusa.»

Lasciamo immaginare l’effetto che produsse questa scritta sull’animo dello Scozzese. Vi sono dolori che per la loro estrema violenza cagionano una specie di stordimento: dapprima par che l’animo non voglia prestarci fede. E in fatto, cinque minuti rimase Eduardo colla carta tra le mani, quasi colpito da idiotaggine. Sulle prime, egli tenne quale infame calunnia la scritta, dimandò al portinaio chi l’avesse recata, e, questi gli ebbe risposto di bel nuovo averla ricevuta da un fanciullo commissionario, il quale non avea indicato donde veniva. Eduardo die’ in accesso orribile di collera, e ruppe in due una bella mazza d’India che avea nelle mani.

Ebbe poscia l’idea di risalir sul suo appartamento, mostrar la lettera alla moglie, e, dalla impressione che le avrebbe fatta, scorgere la verità. Oh! se avesse seguitato questo impulso del suo cuore! Ma il demone della gelosia gli aveva acciuffato il cervello e lo strascinava in sua maledetta balia.

Eduardo si persuase che quel foglio contenesse il vero: uscì, senza dare alcuna direzione ai suoi passi: la testa gli girava come una trottola; le orecchie gli zufolavano; la vista perdeasi: le gambe gli tremavano.

Eduardo era pallido come un cadavere; correva per le strade di Parigi, urtava nei passeggieri, si cacciava tra le carrozze, non ostante le grida dei cocchieri; poco mancò non rimanesse pestato dai cavalli; e correva... correva... correva come un corpo senz’anima, spinto da un soffio violento, tratto da una mano inesorabile.

Eppure quel corpo aveva un’anima troppo bella, troppo nobile, troppo generosa, un’anima che ora venia gittata nella più crudele disperazione, quella della virtù!

Eduardo corse per oltre un’ora lunghesso i boulevards. Le immagini di Lucia, di Marietta, dei suoi cognatini, le ricordanze dei pochi dì passati a fianco della virtuosa consorte, se gli presentavano alla mente come sogni di un’antica felicità ch’ei non doveva più rigustare, come larve adorate le quali ora erano armate di un ghigno laido e feroce.