In una strada solitaria quasi presso alle tetre mura della Torre della fame, renduta così famosa dal canto trentesimoterzo dell’Allighieri, giacciono le ruine di una casa, chiamata la Casa di Satana per una delle più strane e curiose tradizioni del paese, la quale ci piace di far nota a’ nostri lettori.
Si conosce che il celebre pittore Giotto, dolente che nissuno comperasse più quadri e che però più di un giorno gli convenisse contentarsi d’una magra polenta, ebbe un mattino il pensiero di dipingere una figura di donna di mezzana bellezza (forse più brutta che bella), e di esporre il suo quadro in su l’uscio della sua abitazione, a vista dei viandanti, dopo di avere scritto a grandi lettere, a piè del quadro: Ritratto della più bella donna di Pisa. Ben si può immaginare qual si fossero il dispetto e la collera delle donne pisane, non meno che de’ loro mariti o amanti, nel veder fatto così grave oltraggio al bel sesso, e a tal guisa disconosciuta e disprezzata la bellezza delle loro donne e moltissimi andarono dal pittore a dimandargli ragione del perchè avesse osato dire che quella donna, di cui avea fatto il ritratto, era la più bella in tutta Pisa, mentre spasseggiavano per la città certi visini da far morir di passione anche un morto. A simiglianti rimostranze e rimproveri il Giotto, che avea il suo disegno, rispondeva, in quanto a lui, non conoscere in Pisa una donna più bella di quella di cui avea posto l’immagine sulla tela, e che se altra ve ne fosse più bella, si desse l’incomodo di farsi vedere a lui, perciocchè subitamente, se così era nel fatto, avrebbela dipinta ed esposta al pubblico.
Come prima si divulgò nella città la risposta del Giotto, la sua casa diventò il convegno delle più belle e ragguardevoli gentil donne di Pisa, le quali si faceano in tutta fretta ritrarre sulla tela, e compensavano largamente l’opera dell’artista, cui non bastava il tempo per li tanti incarichi ond’era assediato. I quattrini gli pioveano nel borsellino da ogni parte, sì che ei benediceva il bel pensiero che avea avuto di scavare nella più inesauribile miniera, quella della vanità femminile. Le dame Lanfianchi e Lanfranducci, la marchesa di Palvolo, la signora Albaccini, reputate in quel tempo le più belle donne, non pur di Pisa, ma d’Italia tutta, esposero le loro leggiadre sembianze agli sguardi del pittore e vollero essere riprodotte dal suo esperto pennello.
Viveva ancora in Pisa un certo conte P...., il quale, volendo, per prave ragioni, rompere un malaugurato nodo che avea stretto pensò di chiedere il permesso a Roma, e, per dare un plausibile pretesto alla sua strana dimanda, immaginò di dire che sua moglie fosse divenuta, per effetto di malattia, d’una deformità spaventevole. Per appoggiare una tale assertiva, egli pensò di mandare a Roma il ritratto d’una donna così mostruosa.
Venuto in questa determinazione, il conte P.... fece assegnamento sul Giotto per la buona riuscita del suo disegno; e, come quegli che era straricco, promisegli un guiderdone generosissimo, se fosse pervenuto a dipingere la bruttezza nel suo tipo più orrendo. Il Giotto, che molto avido era di danaro, accettò la commissione, e disse al Conte che fosse tornato a capo di 15 giorni per tor via il quadro e dargli la somma promessa.
Dice il più comune degli adagi popolari: Dal detto al fatto ci è un gran tratto; e Giotto ebbe, con sua grandissima mala voglia ad esperimentare la verità di questo proverbio, imperocchè la cosa era assai più malagevole di quel che si pensava. Per oltre un mese Giotto avea tenuto dinanzi agli occhi i più leggiadri e cari visini di Pisa; così che la sua fantasia, ripiena di begli occhi, di nasi profilati, labbra porporine e di tante gentili fattezze che formano l’appannaggio delle belle donne, non sapea più raffigurare il brutto, e, per quanto si studiasse di concentrare il pensiero nelle forme sconce e contraffatte, il bello era sempre nelle sue recenti reminiscenze.
Il Giotto disperava dell’impresa, quando gli ricorse alla mente un’idea che molto potea giovargli nella presente congiuntura.
Ei ricordossi che un pittore per nome Malfeo avea fatto un quadro rappresentante una donna così brutta che le si era dato il nome di Sposa di Satana. Questo quadro aveva fatto tale impressione sull’immaginazione degli abitanti di Pisa, che nessuno volle compararlo, temendo di portarsi nientemeno che lo stesso Satana a casa. Laonde il quadro rimase al pittore che l’avea dipinto; e quelli che avevano in pregio le belle arti si limitavano ad andare a vederlo, e restavano stupefatti ed atterriti dalla singolare bruttezza della figura. Per molti anni quella dipintura formò il soggetto della ammirazione e dello spavento, non solo dei Pisani, ma dei forestieri che traevano a contemplarla. A poco a poco il terrore si comunicò financo alla casa di Malfeo ed alla strada ov’egli abitava; e il pregiudizio popolare si spinse così oltre da tener quella via siccome luogo di sinistro presagio, e quella casa come scomunicata e maledetta. I monelli scaraventavano contro i vetri di quelle finestre i ciottolini le donne costrette di passare lunghesso quell’abitazione, affrettavano i passi, abbassavano lo sguardo, e mormoravano avemmarie. Il povero Malfeo fu mostrato a dito per le vie di Pisa, e poco mancò non venisse lapidato o arso vivo come l’autore della Sposa di Satana.
A Giotto si affacciò dunque alla mente il pensiero di andar novellamente, dopo molti anni, ad affissare la Sposa di Satana per nutricare la fantasia con forti impressioni del brutto. A dispetto d’una certa paura che non mancava di incutergli la credenza popolare, e non ostante la ripugnanza che si avea di ricalcare i mattoni d’una casa che tenea scomunicata e maledetta, il Giotto era un dì nel cospetto del quadro di Malfeo. Egli usciva di quella abitazione pallido ed esterrefatto; la sua fantasia era incesa. A capo di pochi giorni, la incumbenza datagli dal conte P... era eseguita, e questi era pienamente soddisfatto e contento dell’opera dell’artista.
Intanto, moltissimi anni dopo la morte di Giotto e di Malfeo, la costui casa cui si era appiccato il nome di Casa di Satana, la quale era sempre rimasta disabitata, fu trovata un bel mattino un mucchio di pietre, senza che mai si fosse saputo in che modo era avvenuta la strana catastrofe. Non pertanto quel mucchio di rottami serbò sempre in appresso il nome di Casa di Satana, e la via deserta e tetra fu tenuta sempre come appestata.