Ma fin dal 1805, più non vi erano le macerie della Casa di Satana. Un altro novello edificio era stato costruito sull’antico; bensì una specie di iettatura era appiccata a quel suolo: la nuova casa rimase sempre senza pigionali; ed il suo fondatore morì senza aver avuto il piacere di trarre un obolo di rendita da quelle mura. Gli eredi del fondatore abbassarono e ridussero la pigione fino a un prezzo esiguo; e ciò nulladimeno, la Casa di Satana (poichè sempre questo malaugurato nome erale rimasto) non trovava affittuali, siccome non ne avrebbe trovati neanche se la si fosse data per mera limosina. Gli accattoni si sarebbero contentati di dormire al fresco, anzichè ricettarsi entro quelle mura bazzicate dal nemico degli uomini in persona.
Un giorno intanto, un brutto giorno di novembre, dopo venti anni e più dalla sua nuova fondazione, dietro gli opachi vetri di una finestra della Casa di Satana si vide per la prima volta una figura umana... ma così pallida, così diafana, che i curiosi fermati a guardarla credettero esser quello un fantasma.
Eppure, non era fantasma, e, quando si fe’ sera un lume vacillante per mancanza di alimento, una lucernina, situata sovra una tavola scassinata, mandava a corti intervalli un getto di livida luce sovra un quadretto dell’ADDOLORATA sospeso alla parete, e serviva a far distinguere una miseria e un dolore che avrebbero fatto piangere un macigno.
Gittata sovra un letticciuolo, sprovveduto al tutto di lenzuola, giaceva una donna che, alla macilenza estrema del volto e allo sfinimento mortale ond’erano ricoperte le sue sembianze, mostrava la devastazione di una cronica infermità, la quale sembrava oramai pervenuta a quello stato che non lascia più adito alla speranza.
Un giovinetto di poco più di tre lustri, smilzo, pallido e macerato dalle sofferenze, era seduto vicino al capezzale di quel letto di dolore.
Questo giovinetto era il pittore Ugo Ferraretti, di Pisa, e quella donna era sua madre.
Quando cadde la sera, il tempo, che era stato scuro e nebuloso durante tutto il giorno, si ruppe in pioggia dirotta, e il vento urlava da forsennato nella deserta via della Casa di Satana.
Ugo Ferraretti e sua madre erano stati la mattina mandati via dalla loro abitazione in Lung’Arno, perocchò da tre mesi non aveano pagato la pigione; tutto era stato venduto; e i quadretti del giovine artista bastavano a mala pena per suo sostentamento e per provveder di rimedii la dilettissima genitrice, cui lentamente menava alla tomba una di quelle malattie che non perdonano mai.
Cacciati senza pietà dalla casa ove abitavano, non ostante il gravissimo stato in cui si trovava la sventurata donna, Ugo Ferraretti avea chiesta per carità la Casa di Satana! e il proprietario glie l’accordò con vero piacere fino al termine dell’anno, sperando che a tal modo venisse dileguato il pregiudizio che regnava contro le sue mura. Egli non si curò del male contagioso da cui la donna era travagliata, ed avrebbe, crediamo, introdotti cento tisici colà, purchè un essere umano fosse vivuto o morto in quella casa che da sì gran tempo non vedeva abitanti.