Non diremo della spaventevole umidità che trasudava dalle pareti di quella casa e dal palco a volta: era impossibile viver sano là entro, anche con tutti gli agi della vita.
La camera dov’era l’ammalata non aveva altri mobili che il letticciuolo su cui giaceva la misera sotto uno straccio di coperta, strettamente rincalzata nelle materasse, un tavolino che adempiva a tutti gli uffici, due sedie con parecchie traverse di meno, e lo scheletro di poltrona, su la quale stavasi rannicchiato un gatto compagno antico e fedele di quella miseria che agghiacciava il cuore. Sul tavolino, oltre alla lucerna che serviva soltanto a render visibili le tenebre, erano ancora due bicchieri di vetro contenenti pozioni per la inferma.
Era quello siccome abbiamo detto, il primo giorno in cui quella donna e quel giovinetto abitavano nella Casa di Satana. Ugo non avea detto niente alla mamma della nuova abitazione; sì che ella non sapea sotto qual tetto fosse venuta. Il nolo di una carrozza per trasportarla quivi era costato al povero fanciullo le più inaudite umiliazioni; ma egli aveva sofferto tutto con amore, perciocchè trattavasi della sua cara mamma, che egli amava tanto tanto.
Non diremo quante lagrime avea spremute dagli occhi di quel giovinetto la malattia inesorabile della genitrice; non diremo quante notti il miserello avea vegliato, lavorando accanto a lei, per poterle procacciare al domani un po’ di cibo; la storia dei quindici anni della vita di questo giovine si comprendeva di due sole parole: amore e sofferenza.
Qualche giorno dopo che la sventurata vedova Ferraretti erasi messa a letto, dov’era confinata da oltre due mesi, ella avea pianto in tutta la giornata; e, quanto più il diletto ed amantissimo figliuolo facea di confortarla, tanto più ella, stringendoselo al cuore con trasporti di disperata tenerezza, piangeva a sciolte lagrime. E poi che mille volte il fanciullo ebbele chiesta la ragione di quel pianto così dirotto, la donna diceagli singhiozzando:
— O figliuolo mio! E non ho io ragione di stemperarmi in lagrime? Ah! tu non sai che il mio male non può guarirsi senza un miracolo di Dio o della Vergine Santa!.... Ti ricordi di Luigi e di Errico tuoi, fratelli?.... Morti entrambi collo stesso male che ora mi sta consumando. Oh se io fossi almeno morta prima di loro!.. E che farai tu solo; figlio mio dopo la mia morte? Chi prenderà cura di te? E quando penso che la mia malattia sarà forse lunga, e che tu devi ammazzarti di fatica per così poco! Ma io non voglio che ti levi di bocca il sostentamento per comprar farmachi per me e pagare il dottore che viene a visitarmi... Credi che io non sappia che l’altro giorno non hai mangiato altro che un pugno di castagne! Alla tua età, e con tanta fatica che fai!
E qui la misera ricominciava a piangere, ed Ugo la baciava e ribaciava, non sapendo trovare altro argomento di consolazione per lei.
E così passarono due mesi. La donna che, quando stava bene, non risparmiava fatica veruna pel vitto e per la pigione, ora, ridotta a letto, non potea più cooperare a provvedere ai bisogni della vita. Ugo lucrava quel tanto che bastava ad uno scarso e malsano cibo: la pigione di casa non fu più pagata, ed ecco come una mattina, dopo tre mesi, il proprietario ordinò che sgombrassero la casa, ed avrebbe fatto vendere i mobili se ve ne fossero stati.
Quella sera, il cielo di piombo pesava sulla terra, cui di tempo in tempo inondava con istemperata pioggia: i lampi solcavano l’aere, a guisa di serpi di fuoco, e il tuono rumoreggiava in mezzo alle nubi, come la voce del leone nel deserto.
La donna si moriva sotto gli urti di una tosse secca e violenta: un ansamento orribile troncavale il fiato e la vita: un ristoro, un farmaco era necessario, e Ugo non aveva un soldo per comprarlo.