II. UGO FERRARETTI

Prima di seguitare il Ferraretti dal rivenditore di quadri, è mestieri che i nostri lettori facciano più stretta conoscenza con questo caro giovinetto, la cui storia forma uno dei più importanti episodii della nostra narrazione.

Ugo nacque in Pisa da Luigi Ferraretti, buon miniatore, espertissimo nel dipingere agli acquerelli o sulla bambagina. La pittura era stata la professione di questa famiglia: da padre in figlio se l’ebbero trasmessa; e vuolsi che un Ferraretti avesse avuto l’onore di ritoccare parecchi dei quadri della chiesa Cattedrale di Pisa, i quali formano una gloria italiana e l’ammirazione degli stranieri. I nomi di un Andrea del Sarto, di un Rosselli di Firenze, di un Ventura Salimbeni, di un Passignani e di un Giovanni da Bologna rendono la Cattedrale di Pisa uno dei più insigni monumenti artistici di cui si onori l’Italia. Dicesi che il Ferraretti avesse restituito il prisco colorito alla maggior parte delle belle dipinture che rappresentano la storia di san Ranieri, protettore della città. Ad ogni modo, sia che fosse stato il Ferraretti o altri quegli che ritoccò i quadri della storia di san Ranieri, questa fatica fu lodata dagl’intenditori; e soltanto un Francese, che scrisse nel 1765 una descrizione istorica dell’Italia, si permise di dire che colui che avea restituito il loro primitivo colorito a quei quadri fu un maladroit qui les avait gatès (un inesperto che gli avea guasti). Il cielo scansi gli artisti italiani dai giudizi che i Francesi danno sulle opere loro!

Luigi Ferraretti, padre di Ugo, di debil salute, morì alla età di quarant’anni, lasciando nella povertà la moglie e tre figliuoletti maschi, dei quali Ugo era il più piccolo. La vedova di Luigi, giovine ancora, amantissima dei suoi pargoletti, si consacrò interamente a procacciar loro la sussistenza, esercitando a muta il mestiere d’insaldatora e di cucitrice. Commoventissimo scambio di affetti era tra la giovin madre e i tre fanciulli che l’amavano alla follia. Comechè di età tenerissima, Luigi, il primogenito, comprese che bisognava aiutar la mamma a portar il peso della famiglia, e, non ostante il disvoler di lei, si pose nella bottega di uno scarpellino a prestargli i minuti offici che può un fanciullo di nove in dieci anni. E parimente venuto grandetto Errico, si mise appresso a un doratore e per apprendere quest’arte, e per guadagnar qualche coserella da recare alla mamma. Ugo soltanto aveva appalesato, fin dall’età infantile, sviscerato amore all’arte di Raffaello. Quando ancora bambinello non sapea reggersi e camminare, e correva nel cestino o nel carruccio per l’angusto spazio della materna cameretta, rimaneva preso da singolare contemplazione innanzi ai lavori del genitore; e, appresso, quando per anco non arrivava coll’alto del capo a superare l’orlo di una tavola, spendeva le ore e talvolta le intere giornate a trarre col gesso o col carbone sul pavimento di grosse figure, le quali attestavano la maravigliosa attitudine che quel fanciullo si aveva a dipingere.

Ma una così fatta straordinaria disposizione era in qualche modo inceppata e costretta da un naturale sì malinconico e pauroso che il gittava, a quella età sì bella e innocente, in accessi di tristezza inconcepibile.

Avvi di tali fanciulli al mondo che non dànno quattro passi in tutto il corso del giorno; che stanno sempre avviticchiati alla gonna materna, e che, astretti la sera ad attraversare una stanza, si spiritano di paura e non si arrischiano di guardare addietro, per tema che una figura col cappuccio non corra addosso a loro per menarli seco, Dio sa dove. Ugo era nel novero di questi fanciulli: gracile, smilzo, delicato, il suo volto era sì bianco che in guardandolo si sarebbe detto una figura di cera, e il suo corpo era sì debole che a due anni camminava ancora colle falde o nel cestino. Ogni fiato di vento il facea tossire, ed ogni urto di tosse il facea piangere. D’altra parte, la fantasia di Ugo era così viva, e così sviluppata la sua intelligenza, che facea spavento a coloro i quali sanno come di tristo presagio sia il precoce sviluppo della mente.

Tre sventure consecutive fulminarono la disgraziata famiglia Ferraretti: dapprima la morte del padre, e, a pochi anni d’intervallo, quella di Luigi e di Errico, fratelli di Ugo, morti di consunzione. Il germe fatale di questa malattia era nel seno della loro genitrice. Inesplicabili decreti di Dio! Intere famiglie si distruggono, lentamente strascinate alla tomba da questo male inesorabile, che sembra prender diletto a colpire le sue vittime allorchè la vita s’infiora di tutte le più belle illusioni. Ma Iddio, assoggettando, per incomprensibili disegni, ad una inesorabil legge di morte tante care e giovanili esistenze, dispensa larghi tesori d’intelligenza e di sensibilità alle misere creature che, nascendo, portano nel seno il serpe che dovrà roderle nella freschezza della vita. Un tisico è uomo a dieci anni, vecchio a venti.

Questi tre colpi terribili, vibrati al cuore d’una moglie, d’una madre svilupparono nel petto di lei i germi di quella malattia, per la quale l’abbiamo veduta confinata nel letto delle sofferenze. Ugo era divenuto il solo sostegno della famiglia. Fanciullo ancora, egli lavorava da otto a dieci ore al giorno per non far difettare del bisognevole la cara madre, la quale, per quanto lo sopportasse la mal andata salute, dava solertemente opera a lucrare il sostentamento della vita.

Non sì tosto uscito della prima infanzia, Ugo erasi posto a studiare appresso a suo padre, e, morto questi, appresso a un mediocre figurista, non tanto valente pel pennello, quanto pel cuore; però che grandissimo affetto aveva messo al garzoncello Ferraretti, e con ogni sua possa facea di spianargli il cammino all’arte difficile che questi sembrava amar cotanto.

Ugo studiava in ispezialità su quel gran maestro, che solo forma i grandi artisti, la natura. Egli prediligeva i soggetti malinconici o religiosi. Dotato d’una sensibilità eccessiva, colpiva subitamente la vera espressione dei suoi soggetti, e sapea dare alle forme del volto un carattere così delicato e così vero ad un tempo che le sue teste erano altrettanti piccoli gioielli di arte. Tutto era precoce in questo giovinetto, e tutto annunziava il genio immortale in un corpo fragile, che ad ogni momento parea che volesse disfar la creta e morire.