A quindici anni, Ugo era già uomo; il suo petto ardeva di aspirazioni sublimi; ma la fralezza del corpo e la miseria il gittavano spesso nella più desolante ipocondria. Egli avea veduto morir di consunzione due suoi fratelli, e questo pensiere era sempre presente al suo spirito, come un avvertimento, un presagio, una minaccia. Spesso egli abbandonava il pennello sul cavalletto, e si lasciava cader sulle ginocchia le braccia e la tavolozza de’ colori, colpito da un pensiero di scoraggiamento, e rimaneva una buona mezz’ora nella più grande immobilità. Allora il suo bel capo si curvava sul petto; i suoi grandi occhi neri si socchiudevano quasi assonnati e stanchi; e l’anima sua sembrava staccarsi da quel corpo affranto e malaticcio per volare verso una regione dove la creta più non istringe nei suoi lacci crudeli l’essenza purissima del pensiero. Ma se per caso egli udiva la voce della madre, o la vedea passare nello studio dov’egli lavorava, il suo petto balzava di gioia, e si rimproverava di nutrire lugubri idee quando la mamma non aveva più che lui per consolarla; e ripigliava con alacrità l’interrotto lavoro, e le sue ciglia si bagnavano di lagrime di amore per quell’essere che era tutta l’anima sua, tutta la sua gioia sulla terra; ed egli era così contento e superbo di lavorare per la mamma sua! Qualche volta Ugo non potea resistere alla tentazione di andarla ad abbracciare, e, quando la madre stampava su la pallida faccia di lui un tenerissimo bacio, il giovinetto era così lieto, e così, direm quasi, rinato alla vita, che gli sembrava un delitto l’abbandonarsi a malinconici pensieri e allo scoraggiamento quando Iddio avea benedetto i suoi lavori santificandoli col più puro amor filiale.

Ma questa riconciliazione con sè medesimo durava sì poco, che un momento di poi ricascava il miserello nelle cupe idee di morte; si alzava da’ suoi lavori, e andava a guardare il suo volto a un piccolo specchio a viticci che era sovra uno degli stipiti della porta d’ingresso del suo studio. Un quarto d’ora rimaneva il giovinetto a contemplare la propria immagine nel cristallo. Ogni dì pareagli che si fosse accresciuto il matto biancore delle sue gote e la fosca lividezza delle labbra; ogni dì sembravagli che l’arco delle spalle prendesse più vaste proporzioni, come se il suo corpo volesse impennar le ali per isciogliere il volo verso il cielo. Egli guardava con un indicibile sentimento di angoscia i suoi omeri ricurvi ed elevati sovra un petto stretto e compresso; la concavità delle sue gote e le plumbee sue labbra; e l’anima sua addiveniva così trista che tutto gli pesava, e la vista degli uomini, e l’aspetto sereno di natura, e i benefici raggi del sole, e la fresca aura che giocava ne’ suoi più fieri nemici, i polmoni.

Ugo trovava un supremo conforto in quella religione che sa porgere un lenitivo ad ogni piaga; una consolazione ad ogni tribolo, una gioia ad ogni dolore. Egli pregava con fervore, con piena fede; e le sue preci non mancavano di spargere un balsamo dolcissimo su quel cuor giovanile che amava la vita, non per sè, ma per la cara madre.

Lasciamo immaginare a’ lettori quale corrispondenza di affetti avvenisse tra questo giovinetto e la genitrice, dappoi che morto ebbe per tre volte visitata la loro casa, e gli ebbe lasciati soli a piangere e ad amarsi. Era un delirio di ogni momento, un pensiero costante, che l’un de’ due si avea per l’altro. Un leggiero impulso di tosse facea balzar di spavento il cuor della madre o del figlio, secondo che l’una o l’altro avealo sofferto.

In qualche sera di està, verso il tramonto del sole, quando Ugo avea fornito il suo compito di lavori, e la mamma avea dato ordine alle faccende domestiche, soleano trarre entrambi a diporto a qualche miglio della città, nell’aperta campagna. La giovin donna appoggiavasi al braccio dell’amato giovinetto, ed era così lieta, così felice, che il suo volto di cera si colorava del più leggiadro vermiglio; e una piena di lagrime le correva agli occhi.

Eglino si trovavano spesse volte soli nelle vaste pianure, quando le prime ombre s’inchinano sulla terra. Allora si sedevano su qualche tronco rovesciato l’uno a fianco dell’altra; e così strettamente abbracciavansi, come se qualcuno avesse minacciato di separarli. Le essenze più pure si esalavano dalla terra umettata dalla brina serotina, e il fogliame de’ giovani alberi eseguiva tali melodie di mormorii sul capo di quella coppia benedetta da dirsi quasi che la natura festeggiava un amore che scuote e fa vibrare anche le visceri della terra.

Chi si fosse trovato a passare per quelle amene solitudini, ed avesse veduto quel giovine e quella donna sì amorosamente solleciti l’uno dell’altra, avrebbe al certo creduto esser quelli due felici innamorati o sposi novelli, imperciocchè la donna, tuttora giovine e bella quantunque eccessivamente sfinita dalla persona, avea negli occhi tanto fuoco di tenerezza e tanta vita di amore, che soltanto un’amante avventurata può avere.

Agli occhi di Ugo nessuna donna era più bella della madre sua, di cui l’immagine ei ripetea in ogni quadretto che facea: quella donna aveva una chioma sì bella e sì ricca, che sciolta le scendea sino alle ginocchia; e quei capelli erano passati su tante tele, che il Ferraretti era soprannominato in Pisa il dipintore delle belle chiome. E anch’egli avea lasciato crescere i propri capelli che gli cascavano in vaga zazzaretta quasi fin sulle spalle, e vieppiù faceano risaltare la fosca bianchezza delle sue sembianze.

A quindici anni, in questa età in cui a’ dì nostri un giovanetto suol mostrarsi tanto profondo conoscitore e pratico del male, Ugo era innocente come quando era bambinello nelle fasce. Egli non conosceva il mondo che attraverso il prisma della sua ardente fantasia; tutte le donne erano rappresentate nel suo cuore dalla madre. Quanto più la sua intelligenza e il suo genio si sviluppavano, tanto più la vita positiva, il mondo, la società prendevano agli occhi di lui colori e vesti non proprie. Le gioie dei banchetti, i piaceri delle veglie, gli svagamenti dell’età giovanile erano per lui misteri, o non indovinati giammai, o troppo lontani dallo stato della sua anima.

Ugo fuggiva le sale assordate per canti di letizia, le galanti passeggiate al rezzo di molli acacie, le profumate camere di facili amori. Sola, pallida, lenta scorrea sua vita, simile alla luna ne’ placidi campi dei cielo; avea sedici anni all’incirca, eppure nissun amico gli avea stretta ancora la mano, nissuna fanciulla avea susurrato al suo orecchio parole di amore.