Sonava l’Avemmaria, e i tocchi della campana aveano questa volta qualche cosa di più solenne e di più malinconico del solito, imperciocchè erano accompagnati dal fragor del tuono.
E il sig. Paillard, poichè si ebbe anch’egli per divozione segnata la fronte, imboccò saporitamente un pezzo di pollo.
Questo sig. Paillard, rivendugliolo di qualche rinomanza nella piazza de’ Cavalieri, insaccato in un pastrano di pelo, che gli scendeva insino alle calcagna, avea pensato bene, per vincere la noia del cattivo tempo, di protrarre il pranzo fino a sera, e, seduto di fronte alla sua grassissima metà, antitesi bizzarra della sua macilenta figura, spolpava, il più garbatamente che fatto gli venisse colle mani e co’ denti, un pollastrello arrostito, il quale metteva una tal fraganza da far venire l’appetito anche ad un morto. E andava così bene levigando le ossa a quell’animaluccio, che pareva avesse avuto in pensiero di farne uno scheletro zoologico. Ma, durante questa lenta operazione, egli scambiava qualche parola colla sua donna:
— Affe’ mia, non ricordo un temporale più insatanassato di questo... Il cielo è scuro come il fondo del mio ventricolo... Carlotta, accendi un altro lume.
— Via mo, non ti basta questo? Devi forse infilzare il refe nella cruna?
E dopo un’altra boccata ben piena:
— Carlotta, con cento diavoli, perchè non mi hai fatto un po’ di fuoco nel braciere? Le ossa mi ballano per la umidità e pel freddo.
— Ora ti scalderai; questo è il freddo della digestione.
— Che diascine dici? Non vedi i cristalli della finestra che piangono dirottamente?... Chiudi, chiudi quelle imposte.
E la povera Carlotta che avrebbe dato volentieri la sua parte di pollastro per non alzarsi, trovò una scusa, e si stette impiombata sulla sedia.