Il signor Paillard brontolò tra i denti qualche parola grassa, che si perdette nella caverna dello stomaco coll’ultimo boccone del pollo.
Egli nettossi le labbra con un tovagliuolo, su cui erano parecchi ricordi di pranzi precedenti, fe’ saltare alla soffitta il turacciolo d’una bottiglia di sciampagna, e, glo glo glo, fece spumeggiare il conico bicchiere. L’accostava con vera delizia alla bocca assetata, quando un suono morto morto del campanello il fe’ ristare.
— Colga il mal sottile a chiunque viene a seccarmi con questo tempaccio. Poffardio, non si può prendere un boccone!!
E qui, per parentesi, bisogna avvertire che il nostro uomo avea mandato giù l’inezia di cinque generose vivande.
— Non andare in bestia, Giacomo: è il vento che ha mossa la corda del campanello.
Giacomo vuotò il bicchiere.
Il campanello suonò un’altra volta, ma con un poco più di forza. Allora Carlotta lasciò la salvietta sulla tavola, nettossi la bocca col dorso della mano, ed andò ad aprire.
— Santa Vergine!... (Era un lampo).
— Perdoni, è in casa il signor Paillard?
Questa dimanda uscia tutta tremula e fioca da una figura sepolcrale, che pareva fosse stata ivi balzata dalla vampa atmosferica, come l’immagine di un estinto cacciata per arte magica dal fornello di un alchimista.