E la donna, tutta spaurata, non badando a quelle parole, si rintasò gli orecchi colle mani per non udire lo strepito del tuono, quasi, che quel turamento dell’organo sensorio dovesse servirle di parafulmine; e accomandossi a Santa Barbara.
Scoppiò il tuono, e di tal fatta, che pareva avesse l’intera città subissata.
— Mille perdoni, signora Carlotta, è in casa il signor Paillard?
— Mio marito?... Ah! siete voi, signor Ferraretti, con questo tempaccio!... Favorisca; noi siamo a pranzo; senza cerimonie... Che ci porta questa sera? Del suo, non è vero? Bravo giovinotto; si fa quel che si può, non è così?... Ma entri pure: qui tira vento.
Ugo era già entrato nella stanza dove pranzavano i coniugi Paillard.
Giacomo si soffiò il naso, solo membro nudo che apparisse della sua pelosa figura, e si strinse nelle spalle, vedendosi dinanzi il miserello, cui avea già visto altre volte in sua casa.
Ugo sembrava lo sfumo d’una forma umana, egli era pallidissimo, inzuppato ben bene e tremante a verghe pel freddo e per l’umido: portava calzoni i quali, essendo stati manomessi tre anni addietro, erano divenuti sì corti, che a mala pena passavano le ginocchia; e aveva addosso una specie di abito grigio, abbottonato fino al collo, intorno al quale attortigliavasi un cencio di cravatta.
— Scusi, sig. Giacomo, se la incomodo a quest’ora...
— Anzi!!.. è un piacere!.. metta il cappello su quel tavolo e si segga... Che comando ha da darmi?
Ugo restò col cappello in mano, ed aprì la bocca senza mettere alcun suono. Fu questo un movimento involontario dei muscoli, come se egli avesse voluto ingoiare un bel boccone, che in quel momento il rivenditore tenea sospeso in su la punta della forchetta. E il tapino inghiottì invece una piena di lagrime, che gli montava agli occhi, stringendogli la gola.