Il ritorno di Giustino dalla Morea non era stato annunziato da nessuna lettera, da nessun avviso. Qualche cosa era trasparito dai pubblici fogli, dai quali il Visconte d’Orbeil era stato indotto a creder vicino l’arrivo del fidanzato di sua figlia. La fregata Didone, al cui servizio era addetto il giovine uffiziale di marina, avea gittato l’ancora a Marsiglia pochi giorni addietro, restituendo al suolo della Francia il Generale Maison, comandante la spedizione di Morea. Giustino era volato a Parigi più ratto di quelle bombe che avean fatto il terrore de’ Turchi: egli era corso al palazzo d’Orbeil col cuore palpitante di ansia e di piacere; avea chiesto del Visconte e dei suoi figli. — Sono ad Auteuil, gli si era risposto.

— Ed ecco, Giustino si gitta a cavallo a fianco del suo compagno di viaggio, e in un’ora han divorato una lega e mezza.

Vi sono nella vita momenti di una gioia sì matta, che il capo ne risente sconcerto. L’uomo è così poco avvezzo a’ grandi piaceri; la letizia sembra così poco omogenea all’organizzazione umana, che un colpo di gioia uccide più che una grande sciagura. O miseria dell’uomo! Le lagrime che sono il linguaggio del dolore, lo sono pure della estrema contentezza; questa dunque non è che dolore!

Isalina piangea; si era appoggiata al braccio del fratello, mentre questi stringevasi al cuore il dilettissimo amico e futuro cognato. Un mondo d’interrogazioni e di dimande era sulle labbra di tutti e tre; e intanto nessuno avea ancora proferito una parola; e tutti e tre si guardavano con occhi infiammati, di piacere e ritornavano ad abbracciarsi.

Intanto il giovine compagno di viaggio di Giustino teneasi, taciturno e indifferente, a rispettosa distanza da quel gruppo.

Questo giovine era alto di statura, di membra vigoroso, comechè la cute fosse piuttosto fina e delicata; di volto regolare ma scolorato e freddo: avea gli occhi e i capelli di color castagno; la barba, che egli portava folta e lunga, poco più scura dei capelli; la dentatura bianchissima e uguale; la larga fronte macchiata di lentiggini. Vestiva un soprabitino nero all’artistica, abbottonato sin sull’altezza del petto: una piccola cravatta amaranto lasciava scoperte e rovesciate le golette di una finissima camicia; sulle quali veniva mollemente ad adagiarsi la lunga barba. Un cappello di paglia della miglior qualità di Firenze avea coperto la corta sua chioma, ed ora, trovandosi egli nel cospetto dei due figliuoli del Visconte, riposava nella destra mano.

Strana e curiosa fu la maniera onde questo personaggio diventò l’amico di Giustino Victor: crediamo necessario di farla conoscere ai nostri lettori.

Giustino era arrivato a Tolone da non più di due giorni, i quali gli erano sembrati due lunghissimi anni, imperocchè bruciava d’impazienza di volare a Parigi; ma il Generale Maison, comandante la spedizione di Morea, dovè trattenersi in quella città della Francia per particolari faccende di Stato; intanto l’ordine era stato dato alla fregata Didone di tenersi pronta a partire per Marsiglia all’alba del domani.

L’amante d’Isalina, malinconico pel ritardo apportato al suo vivissimo desiderio di mettere il piede a Parigi, non sapea come passare le ore insopportabili che lo dividevano per poco ancora dall’oggetto del suo amore. Egli correa le strade; girava e rigirava per tutt’i quartieri della città; fumava venti sigari al giorno: si fermava distratto e pensoso alle cantonate delle piazze: compitava, senza intenderne sillaba, gli annunzi e gli affissi incollati alle mura, e finiva col gittarsi stanco, annoiato e tristo in qualche bottega da caffè, dove rimaneva insino a tanto che giungea l’ora di ridursi a bordo della Didone. Chi non ha provato qualche volta un simile stato di angosciosa impazienza? Chi non ha sperimentato qualche volta in sua vita un maledetto inciampo che si frappone al compimento d’una brama carissima, e che mette un indugio più o meno lungo alla soddisfazione di un desiderio nutrito per anni. Come tutto riesce tedioso e insoffribile durante quelle ore di martirio! Si soffre una smania, un arrabbiarsi, di tempestare, di batter qualcuno.

In tale stato si trovava Giustino Victor. Egli malediceva le faccende dello Stato, il servizio militare, e scagliava contro i Turchi un sacco di villanie, perciocchè per loro cagione egli era stato costretto ad allontanarsi dalla Francia, da Parigi, da quanto egli amava.