In sul cader della sera del secondo giorno della sua fermata a Tolone, Giustino si stava dunque sdraiato in un Caffè.
E sperdeva i suoi malinconici pensieri nei densi buffi di fumo che tirava da un sigaro di Tripolizza. Egli era più dimesso e rabbonato del giorno innanzi, dappoichè allo albeggiare del domani si salpava per Marsiglia e le distanze accorciavansi, ed egli si avvicinava alla suprema gioia della sua vita.
Stando a tal guisa beandosi nelle care immagini della sua futura felicità, non si era per niente avveduto che un giovine barbuto e pallido, il quale stava seduto nello stesso Caffè, vestito con decenza e semplicità, il ragguardava da circa mezz’ora con ostinatezza; ed avrebbe potuto costui guardarlo per un secolo, senza che l’amante d’Isalina si fosse neppur per ombra addato di essere fatto segno ad un’attenzione così prolungata. Ma l’incognito si alzò e trasse difilato alla volta dell’uffiziale di marina.
— Non siete voi il signor Giustino Victor? dimandò quegli.
Giustino fu scosso ne’ suoi pensieri, e s’inchinò guardando l’individuo che gli avea fatto quella interrogazione, alla quale non si aspettava, perchè non conosceva nessuno a Tolone.
— Son io — rispose.
— Ah! esclamò l’incognito, cui un lampo di gioia brillò negli occhi: non mi era dunque ingannato!... Quanto piacere mi fa lo avervi riveduto, signor Victor! Se sapeste da quanto tempo agognava di stringervi la mano!
Ciò dicendo, l’incognito s’impadronì della destra di Giustino; e fermamente gliela strinse.
Il giovine uffiziale era restato un po’ nelle nuvole; ciò non di meno, per quella espansiva cordialità sì comune nei Francesi, avea risposto alla stretta di mano con un affabile sorriso.
— Il vostro nome, signore?