— Dite benissimo, soggiunse Federico ingannandosi sulla significazione di quella parola di dolore e di vituperio; quel quadretto vale al più poco mille franchi.
— Eppure, signore, sapete quando mi fu dato dal signor Paillard per quel quadro che era l’anima mia e che io ricomprerei col mio sangue?
— Ah, credo che non vi fu dato meno di cento cinquanta lire.
— Dieci soldi! signore; dieci soldi!
— Dieci soldi!! Possibile! Ma questa è una vera infamia, siccome diceste; dieci soldi!
— Ecco, signor mio, la generosità e la coscienza che hanno i Francesi! Ecco il disinteresse, la filantropia, l’amor dell’ingegno e l’estimazione del merito, di cui eglino si vantano!
Federico si turbò, non perchè vulnerato nel suo sentimento nazionale, ma perchè, sendo egli francese, era molto mal raccomandato nel cuor di Ugo Ferraretti. Diremo più tardi qual si era lo scopo della sua visita al giovine Ugo.
— Ma in somma, diss’egli lisciandosi la barba, perchè precipitaste a tal modo il vostro quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi?
Ugo scolorò in volto siffattamente, che Federico sembrò spaventarsene; e il ragguardò con moltissima attenzione non senza un sentimento di secreto piacere.
— Voi mi domandate, signore, perchè precipitai a tal modo il mio quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi? Perchè vi sono alcune emergenze nella vita in cui per un soldo si darebbe anche la propria esistenza... Ah, signore, se voi sapeste che cosa orribile è la miseria! Guardarsi allo intorno nel proprio abituro sfornito di mobili, spingere il pensiero al di fuori e trovare la solitudine più desolante; nessun parente, nessun amico, nessun protettore: e, d’altra parte, udire i lenti gemiti d’una madre che si muore nella totale inopia di mezzi... Mancar di tutto, tranne del sentimento della propria dignità!... In questo stato io mi trovava, signore, tutto era venduto: la lunga e penosa malattia della sventurata madre mia assorbiva tutto il prodotto delle mie fatiche per varii mesi io aveva dovuto pensare ogni giorno a procacciarmi il sostentamento del giorno; lavorava dì e notte, mi sfiniva di forze, e ciò nonostante io era così felice, allorchè mia madre prendeva la sua zuppa ben calda, ben nutrita da ottima carne; io era così felice, quando ella mi volgeva uno sguardo di amore e di riconoscenza!... Povera madre mia! Oh se io potessi faticar come un cane, e nutrirmi con un sol tozzo di pane ogni due giorni, per riacquistarti! Se potessi dormir sul nudo pavimento, purchè io dormissi un’altra volta a fianco del tuo letticciuolo, o madre mia!... Perduta, perduta, per sempre!