Le lagrime irrigavano il bianco volto del Ferraretti. Federico era rimasto muto e impassibile a quella espansione di dolore...

Ugo ripigliò lentamente e con voce fiacchissima:

— Una sera, l’orribil sera: mia madre era infranta dalla sua inesorabile malattia: la tisi, l’implacabile tisi, che non risparmia le sue vittime, l’orribile tisi che rende scheletri gli ammalati, lasciando loro tutto il vigor della mente per far loro guardar di fronte la morte che si approssima; la tisi onde anch’io morrò, ne son certo, e forse tra non molti anni la tisi facea le sue ultime prove sull’infelice vivente scheletro di mia madre; una pozione, un refrigerio era indicato per quella misera, ed io non aveva un sol pezzo di rame, una sola di quelle infime monete, che pur bastano a dare e a toglier la vita. Tutt’i miei lavori erano stati venduti a quel carnefice di Paillard, però che nessun altro volea comprar quadri moderni: non mi restava che il quadro dell’Addolorata, da me dipinto con tanto amore, con divozione, con tanta fede: a quell’Immagine benedetta io raccomandava ogni mattina e ogni sera la madre mia: quella Madonnetta era la gioia nei miei dolori, la speranza nella mia disperazione, il raggio di sole nella notte dei miei pensieri... Ebbene, non avendo a chi rivolgermi, non sapendo su che cosa dar di mano per ottenere una moneta senza chieder la limosina, gittai uno sguardo sull’Addolorata, pregandola che avesse illuminata la mia mente.... ed essa sembrò guardarmi in atto pietoso, e dirmi: Io ti darò i mezzi onde soccorrer tua madre; va e vendi questa mia Immagine: grande è il sacrificio, ma una madre lo chiede..... Stetti molto tempo a contemplar quella figura; piansi dirottamente, però che mi parea che strappando quel quadro dal muro, io ne strappassi il culto dal mio cuore; stetti in forse lunga pezza; ma un sordo lagno di mia madre e la tosse straziante mi decisero. Io staccai dalla parete la sacra Immagine. Non saprei dirvi come diserta mi sembrò quella camera spogliata di quel quadro! Parve che l’olio della lampada si disseccasse in un momento, non essendo più destinato a rischiarare la benedetta effigie della Madonna. Baciai le pallidissime gote della mia genitrice, e, non ostante la dirotta pioggia che faceva e la distanza che mi separava dal rivendugliolo francese, andai a vendere l’Addolorata al signor Paillard. Probabilmente la mia disperazione si leggea scritta sulla mia fronte; onde quell’uomo senza cuore indovinò il bisogno estremo di danaro in cui io mi trovava e cercò trar profitto dalla mia sventura... Ecco, signore, la storia della vendita di quel quadro; ecco in che modo un Francese apprezza e valuta l’ingegno, l’opera e la fatica!... Su quel quadro ci erano più di dieci franchi di colori, ed egli non mi pagò neppure il prezzo del cencio di tela su cui la sacra Immagine era dipinta.

Una tosse violenta succedette a questo concitato parlare del giovine artista italiano, il quale aveva appoggiato il braccio sulla traversa del cavalletto e posata la fronte in sulla palma della mano in atto di sfinimento e di dolore.

Federico, il quale era seduto affianco di Ugo, sovra una sedia spagliata e rotta nelle traverse, misera gemella di quella su cui era seduto il Ferraretti inchiodò i suoi occhi di piombo su le costui sembianze, e un sinistro sorriso balenò sulle sue labbra.

Poco stante, il Lennois, poscia che il tossir di Ugo si fu alquanto calmato, gli disse:

— Sventurato giovine, io sono tanto profondamente commosso della vostra sorte, quanto ammiratore della vostra abilità. Troppo severo è l’opinione in che avete i Francesi. Se uno di loro gittò nel fango il vostro ingegno e abusò della vostra sventura, un altro si offre a emendare tanta ingiustizia. Io ho comprato dal signor Paillard, due vostri lavori, una Vergine Assunta e una Natività del Signore, due copiette inapprezzabili, ho dato al sig. Paillard due luigi, soltanto per averli da lui, ma non intendea pagarne il loro prezzo che al loro esimio autore; ed eccovi in questa borsa duecento franchi i quali mi estimo avventurato di potere io medesimo offrire all’egregio Ugo Ferraretti, la cui amicizia mi sarà anche più cara dei suoi quadri.

Ciò dicendo, egli ponea la borsa sulla traversa del cavalletto.

Ugo restò attonito: non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie: gli parve un sogno tanta felicità. Era la prima volta ch’ei trovava un nobil cuore, un amico! Ugo non potè rispondere che gittando un diluvio di baci e di lagrime sulle mani di Federico, di cui si era impossessato.

— Il vostro nome, signore, il vostro nome che io dovrò portar scolpito nell’anima mia, chiedeva il Ferraretti tra i singhiozzi della gioia.