— Sappiate meglio conoscere voi stesso, Ugo Ferraretti. Io non temo d’ingannarmi asserendo che voi siete destinato a formar la gloria del vostro paese. Sì, ne son sicuro; il vostro nome aggiungerà una bella pagina alla storia delle arti italiane, e un giorno forse Pisa andrà superba di aver dato i natali ad Ugo Ferraretti, siccome va superba di esser la patria di Galileo Galilei.

Ugo volse al cielo i suoi occhi perduti nelle lagrime.

— Dio! Dio mio! Questo momento dolcissimo compensa tutte le sofferenze della mia vita! Un artista, un Francese, dice che un giorno forse la mia patria andrà superba di me! Oh se io potessi abbandonarmi a questa lusinghiera speranza! La gloria! Ed io non ho che diciotto anni! Dio, Dio mio, se la mia mente s’illude, se le sue parole son false, oh non voler togliermi questa cara illusione che mi dà forza, coraggio e vita. Io lavorerò con tutta l’espansione della mia giovinezza; sfibrerò il mio cuore sulla tela; consumerò i miei giorni allo studio, alla meditazione. Mi lascino pure nella miseria, se il mio nome dovrà vivere dopo la mia morte, se un giorno Pisa dovrà additare la Casa di Satana come la dimora dell’artista Ugo Ferraretti. E che cosa ho a farne io dei piaceri e delle ricchezze del mondo, se Dio mi concederà l’ispirazione ed il genio! Questa febbre che mi scalda i polsi ogni sera, sarebbe mai la febbre dell’arte! Oh Luigia, Luigia mia...

Ugo mise un piccol grido e si coprì il volto colle mani. Egli aveva avuto uno di quei momenti di delirio a cui si abbandonano le anime inconcepibili degli artisti.

Dopo alquanti momenti di silenzio, egli levò il capo avvampato, e disse umilmente al Lennois:

— Perdonate, signor Ducastel, perdonate la stoltezza delle mie parole.... I patimenti e la solitudine hanno così sfiaccata la mia ragione, che talvolta esco in mattezze di cui hommi a vergognare.

A seconda che Ugo si lasciava rapire dai trasporti dell’anima, il volto di Federico diventava livido come quello di un morto: il suo sguardo pigliava una espressione di ferocia: e un amaro sogghigno contraeva il suo labbro.

— Non vergognate di abbandonarvi a sì dolci pensieri, che sono pur troppo i puri e veridici sentimenti dell’animo vostro. Indarno la vostra eccessiva modestia combatte la bella speranza della gloria, di cui si annunzia per voi così splendida aurora. Voi avete innanzi a voi così lungo avvenire!...

Ci era qualche cosa di crudelmente derisorio in queste ultime parole di Federico; ma la crudele ironia non potea comprendersi dall’anima schietta e sublime del giovinetto italiano: ciò non pertanto quelle parole gli parvero strane e d’una vaga significazione.

— Un lungo avvenire! ripetè lentamente il Ferraretti, come se avesse cercata la soluzione di un arduo problema.