Il suo capo si chinò in atto di scoraggiamento, a guisa di un fiore su cui passa un violento soffio di aquilone.
Quei due rimasero in silenzio per alcuni secondi.
— Ditemi, Ferraretti, riprese Federico, la vostra Natività non è una copia di quella di Giovan Battista Naldini, il cui originale è in S. Maria Novella di Firenze?
— Sì, signor Ducastel: io ne trassi l’idea da un bozzo venutomi tra mani alcuni anni fa: solamente credetti aggiungervi qualche cosa del mio. Ben sapete che il Naldini, detto dal Vasari pratico, perito e fiero dipintore, trascurava moltissimo gli accessorii, e sprecava lo spazio della tavoletta in certe dappochezze che hanno in certo modo oscurata la sua fama.
— In fatti osservò Federico, ho veduto a Firenze la sua Purificazione, di cui si mena dai Fiorentini gran vanto; è una miseria: vi sono in aria due angeli, di cui uno è senz’ali, sì che non si sa come si regga in alto, e sembra un bambino che minacci di cadere.
— Voi avete molto viaggiato, signor Ducastel?
— Sono da parecchi anni in Italia a studiare su i capilavori del genio.
— Oh quanto amerei di vedere un vostro lavoro, signor Ducastel! Se debbo giudicare da quel che sente l’animo mio nell’udirvi a parlare, io dovrò dire di voi quello che la vostra generosa bontà si compiaceva dir di me, vale a dire che la Francia un giorno andrà superba del vostro nome.
A queste parole gli occhi di Federico scintillarono come due razzi accesi, e la sua fisonomia, pel consueto fredda e impassibile, s’irradiò d’una luce di entusiasmo e di passione.