— Oh se ciò fosse vero! Ma io non ho il vostro genio, la vostra abilità; io non sono nato sotto questo cielo, non sono Italiano! Eppure io sento che farei tutto per acquistarmi un nome, per uscire dalla insopportabile oscurità a cui mi danna la mia nascita; tutto farei per udir mormorare il mio nome quando passo per le strade, per essere anch’io additato nelle riunioni e nei pubblici spettacoli. Oh felici, mille volte felici, coloro che sanno crearsi un nome!

Una delle corde più vive del cuor di Federico era stata mossa, e il suo linguaggio questa volta era la genuina espressione del suo pensiero; tranne che l’invidia si avea posta la maschera del desiderio di gloria. Era l’ignobile mosca che vuole imitare il volo della farfalla.

La conversazione fu novellamente interrotta dalle riflessioni a cui ciascuno di quei due si abbandonò.

— La vostra Vergine Assunta è magnifica riprese Lennois, ci è dello Zingaro in questa tavoletta: che soavità di colorito! che studio di prospettiva! Ho veduto qualche cosa di simile al vostro lavoro nel Museo di Napoli: era una dipintura del Solario, che egli facea, se ben ricordo, per la chiesa di S. Pietro ad Aram di quella città.

— Oh, per carità, signor Ducastel!... La vostra amicizia per me vi trasporta... Paragonare le mie povere pitture a quelle dell’immortale Solario!

— Io non vi adulo, Ferraretti; bensì vi dico schiettamente quello che penso di voi... Ve l’ho detto, e ve lo ripeto: voi avete genio e maniera tutta propria... Ma, perdinci, è una ora che sono qui, e non mi avete ancora fatto ammirare del bello e del nuovo, soggiunse Federico, gittando all’intorno della camera uno sguardo indagatore; io voglio vedere qualche altro vostro lavoro, mio caro Ferraretti; questa tela ricoperta da un panno.

Ugo fu scosso, si turbò, arrossì.

— Ah! questa tela... è un quadro, su cui lavoro da sei mesi: esso è tutta la mia vita, tutta l’anima mia, tutto il mio amore; ma sono appena a metà dell’opera.

— Ah questo certamente sarà un capolavoro, esclamò il Lennois, ed io sarò felice di poterlo ammirare nel suo nascere.

È tempo di far notare ai nostri lettori che sin dal primo entrare di Federico Lennois nello studio dell’artista italiano, avea quegli balestrato uno sguardo sulla tela ricoperta, divorato dal desiderio di vedere ciò che vi si contenesse: ma non avea creduto prudente e discreto il richiederne a prima giunta il Ferraretti.