— «Questo quadro sarà mio... Lavora, lavora, Ugo Ferraretti e, poi muori... io raccoglierò il frutto delle tue fatiche. Tra pochi mesi il mondo saprà che l’autore del quadro la Preghiera è... Ferdinando Ducastel.»

VIII. IL DISEGNO DEL LENNOIS

Egli è mestieri che disveliamo qual si era lo scopo di Federico Lennois nel trarre a visitare l’artista della Casa di Satana.


Federico era a Pisa da alquanti mesi; egli avea già percorso le principali città d’Italia, non tanto, come egli diceva, per vaghezza di studiare i capilavori di arte, di cui è sì ricca questa terra, quanto pel bisogno incessante di distrazioni ch’ei sentiva, per isfuggire al suo più mortale nemico, sè medesimo. Un’inquietudine perpetua seguitava questo giovine in qualsivoglia paese. Diremo altrove qual si fu la prima tempestosa giovinezza, e quali sciagure la colpirono.

A Pisa, siccome a Milano, a Roma, a Napoli, a Firenze, Federico prendea contezza dei più rinomati artisti del paese, e andava a visitarli, annunziandosi loro ammiratore: spesse volte facea delle compere per ispecularvi sopra: tal’altra fiata si poneva per qualche tempo appresso ad un pittore per meglio apprendere l’arte. Ma nè l’ammirazione, nè l’interesse, nè la brama di apparare guidavano i passi di lui nelle dimore degli artisti. Altra passione, assai differente, ve lo menava, passione ignobile, rarissima appo gl’Italiani, L’INVIDIA.


Federico non era cattivo dipintore; egli avea studiato sotto abili maestri, e qualche volta si potea dire che una scintilla di genio era in lui; ma la mezzanità, morte delle arti e degli artisti, la mezzanità, che genera la presunzione, la cattiveria e l’invidia, la mezzanità era tutto il retaggio di Federico. Comechè si sforzasse di dare alle sue tavolette energia, grazia e naturalezza, lo stento e l’artificio vi trasparivano sempre. Era nelle sue figure qualche cosa che a prima vista colpiva per vivacità di colorito, per risalto de’ primi piani, per una certa originalità di concetto; ma quando l’occhio del perito si riposava sul quadro, vi trovava tanti difetti e sconcezze, quanti pregi e grazie vi si erano scorti in sul primo riguardare. Niente del bello stile italiano, quantunque in Italia egli avesse studiato: nulla della semplicità che è tutto il mistero del genio.

Veggendo poco valutati i suoi lavori, a’ quali erano sempre messi avanti anche i più mediocri di pittori italiani, arrovellavasi contro di questi; e scagliava su le più orrende bestemmie e imprecazioni. Col germe dell’odio grandemente sviluppato nel seno, simili giuste preferenze non poteano che sempre più esasperare l’animo di lui e farvi nascere le più crudeli passioni. Dapprima ei si ficcava negli studi degli artisti per cercare di scoprire qualche segreto di cui valersi per dar merito a’ suoi lavori. Destro, sottile, ipocrito, spiritoso, insinuante, di bella e pulita corteccia, di linde maniere, egli trovava facile e gradita accoglienza dappertutto, e si faceva un gran numero di amici, i quali tutti ei tradiva, svelando all’uno i segreti dell’altro, dicendo a questo un gran male di quello, e burlandosi di tutti. Federico si studiava di screditare i più abili e rinomati, di gittare l’ironia, lo scherno, la maldicenza, la calunnia sulle opere più insigni; ed avrebbe voluto aver la possanza della distruzione, per annientare in un sol momento tutti i prodotti del genio italiano.

Egli spendea danaro per corrompere i più accreditati giornali d’Italia: faceva scrivere articoli virulenti contro le più lodate dipinture degli artisti italiani: egli stesso non si facea scrupolo di farsi il proprio elogiatore. Ma le lodi comprate non fruttano gloria, siccome la satira calunniosa non può che per un momento offuscare il vero merito. Il pubblico condanna le bugiarde voci de’ giornali, e dispensa l’encomio o il biasimo nella bilancia della giustizia.