Dopo qualche mese della sua dimora in Pisa, Federico avea conosciuto il suo degno compatriotta Giacomo Paillard. Ogni mattina quegli traeva a casa di costui, e vi s’intrattenea alquante ore. Il Paillard era informato di tutta la cronaca del paese; sapeva i fatti più segreti delle famiglie, facea baratto di quadri con tutto il resto d’Italia. Egli aveva alcune superficiali cognizioni di pittura, ma conosceva da professore la storia sul merito, sull’autore, sulla data e sulla scuola d’un quadro. Il Paillard ritoccava, ristaurava, impastava, imbrogliava, vendea lucciole per lanterne; dava del nuovo per vecchio; improvvisava celebrità; dava dei fratelli all’Urbinate, al Tiziano, al Coreggio; prodigalizzava e toglieva il genio a suo pieno piacimento: facea di tutto insomma per carpir quattrini dalle tasche de’ merlotti, siccome soglion fare questi francesi che vengono a speculare in Italia.
Non potevano meglio riscontrarsi due arnesi della stampa di Federico e del sig. Paillard: l’avarizia e l’invidia si erano abbracciate in un solo intento, la morte del genio.
Federico avea veduti i quadri di Ugo Ferraretti ed era rimasto colpito dalla straordinaria bellezza di que’ dipinti: erasi tosto informato del loro autore, e la sua gioia fu grande quando seppe che il Ferraretti vivea nella più squallida miseria. L’Addolorata, la Vergine Assunta e la Natività del Signore erano tre quadretti inapprezzabili: era in essi qualche cosa del bel secolo di Leone X. Federico non potea saziarsi di ammirare la finezza, il colorito, il partito di pieghe, l’espressione e la soavità de’ volti. Benchè il rivendugliolo gli avesse detto che que’ quadretti eran copie e ne avesse additato gli originali, Federico trovava in quelli l’impronta del genio. Egli aveva già veduto a Firenze l’originale della Natività del Signore: ed era convinto che la copia del Ferraretti valea più del dipinto del Naldini.
Federico comprò i due quadri dal Paillard, ed avrebbe anche comprata l’Addolorata, se questa non fosse stata già venduta, per contratto, alla Casa Righetti di Livorno. Il Lennois avea il suo proponimento: avvicinarsi al Ferraretti, cattivarsi l’amicizia col fare mostra di generosità, e trar profitto dalla miseria di lui comprandone il pennello. Federico volea far servire il Ferraretti come istrumento della gloria, i quadri di Ugo avrebbero un giorno portato il nome di Ducastel.
Federico non indugiò a mandare ad effetto il suo disegno, e noi l’abbiamo veduto presentarsi alla Casa di Satana e divenire in un momento l’amico del Ferraretti, il quale non potea giammai supporre quale anima si nascondesse sotto le avvenenti forme del Francese.
È facile il comprendere come esultasse il cuore del perfido Federico nel vedere il quadro la Preghiera, e nell’udire dalla bocca del suo autore che nissun occhio mortale aveva affisato quella dipintura.
Le ardenti parole pronunziate dal Ferraretti quando gli si parlò di gloria davano chiaramente a divedere com’ei lavorasse dietro l’impulso di questo fervidissimo desiderio: laonde era impossibile di ottenere da lui, per qualsivoglia somma di danaro, la compra di quella creazione, la quale non potea mancare di eccitare il più grande entusiasmo e di procacciare al suo autore una gloria non peritura. Però Federico non si fermò alla idea di comperarsi i dritti di autore; ma concepì il nero disegno di rubare il quadro del Ferraretti, come prima questi vi avesse dato le ultime pennellate. L’idea del furto congiungeasi naturalmente all’idea della morte di Ugo, la quale, per la gracilissima salute di lui, non parea mica distante.
Noi oseremo spingere il nostro sguardo nelle profonde latebre del cuor di Federico per leggervi tutta la perversità che vi si ascondeva. Egli aveva fatto il seguente crudelissimo disegno:
Non abbandonar mai Ugo Ferraretti e stargli d’accanto in tutti i giorni, in sino a che avesse terminato il suo quadro. Vegliare attentamente sulla sua salute: non fargli patir difetto di niente; circondarlo di allettamenti fino al termine del quadro. Badare con ogni circospezione a tener nascosto quel dipinto ad ogni anima viva, per modo che, morto il Ferraretti, nissuno al mondo avesse potuto dire che quel quadro era del giovine artista Pisano. Mostrarsi amico sviscerato del Ferraretti per poter avere accesso in sua casa ad ogni ora del giorno e della notte. Allontanare dalla Casa di Satana qualunque persona la quale, venuta in intrinsechezza, avesse potuto discoprire l’esistenza del quadro, e finalmente, data l’ultima pennellata alla grande opera, porre ad arte tutti i mezzi infernali per accelerare la fine del giovin pittore senza commettere un aperto assassinio!
Era questo il diabolico proponimento del Lennois, e tutto sembrò sorridere alle sue speranze; tutto corrispose fatalmente alla sua aspettativa.