In poco tempo la più stretta intrinsechezza fu tra i due giovani artisti. Federico non sapea dividersi da Ugo, e questi contava i momenti quando l’amico non era al suo fianco. Federico si sedeva da costa al Ferraretti allorchè costui lavorava al suo quadro; gli preparava la tavolozza, gli approntava i pennelli, gli stemperava i colori, gli riscaldava il caffè col latte, solita colezione del giovinetto artista. E, quando questi avea dipinto per due o tre ore, il Lennois facea chiudere il quadro in luogo riposto, e seco menava il suo amico a spasso nella città, a pranzo in qualche elegante osteria o in altri luoghi di diporto e di svagamento. Ugo sembrava più rimesso in salute, e la piccola tosse che solea tormentarlo era sparita. Ma la tristezza non era scemata in lui, alimentata da un amore infelice e da sinistri presentimenti.
Ugo avea giurato a Luigia Aldinelli (che ne lo avea richiesto, per ragioni che diremo in appresso) di non rivelare ad alcuno l’affetto che avvinceva, nella massima purità, i loro cuori; epperò il giovinetto si era sempre astenuto di aprire il suo animo all’amico e disvelargli le angosce di un amore senza speranze. In ogni cinque o sei giorni, Ugo diceva al Lennois ch’ei si recava in campagna per far visita a un suo parente; e coloriva a tal modo le sue gite alla Cascina, dov’egli attingeva novelle ispirazioni pel quadro sublime della Preghiera, e dove ei beveva a gran sorsi il veleno di un amore tanto più infelice quanto più puro e incontaminato. Le soavissime e care sembianze di Luigia Aldinelli lasciavano la loro impronta incancellabile nella mente del giovine artista, il quale riproducevale in tutta la loro purezza sulla tela.
Ugo avea fatto un mistero a Luigia Aldinelli del quadro ch’ei stava facendo, però che egli voleva, a suo tempo, procurarle una dolce sorpresa. Era in quel quadro tutto il cuore dell’artista, colle sue fervide speranze nel Cielo, col suo amore straziante, colle sue solitarie passioni.
Circondando il malinconico giovinetto con tutti gli allettamenti della vita Federico volea fargli prendere a poco a poco il gusto e l’abito dei piaceri, per poterlo indi spingere ad ogni eccesso, quando giungeva il tempo di spingerlo alla tomba. Era questo il pensiero del perfido Lennois. Profittare della debil salute di Ugo Ferraretti per ammazzarlo cogli stessi piaceri della vita.
Ugo si era dato con trasporto a questo nuovo genere di vita. Il poveretto avea diciotto anni, avea sensibilità eccessiva, un cuore amantissimo, ed aveva la fibra di un tisico, vale a dire estremamente pieghevole agli accessi ed alle commozioni di ogni sorta. D’altra parte, fino a quell’età, l’infelice non avea provato che le sole torture della vita; è facile dunque immaginarsi con quale ardore ei si lanciasse in quella nuova esistenza ricolma di tanti piaceri. Oltre a ciò Ugo sentiva il bisogno di distrarsi dal pensiero di un amore che gli rodeva lentamente il cuore. È noto eziandio che coloro i quali portano nel loro petto il germe fatale della tisi, sono più facili degli altri ad abbandonarsi a’ piaceri; quasi che un presentimento segreto gli avverta che debbono affrettarsi a godere, essendo ben corta la loro carriera.
Ed il giovane Ferraretti si abbandonava a’ piaceri della sua età, e correva però al precipizio che gli schiudeva la perfida mano dell’invido francese.
Il quadro la Preghiera era pressochè finito; epperò la vita del suo autore doveva eziandio accostarsi al suo termine!
IX. IL CARNEVALE DI PISA
Era giunto il tempo di carnevale.
La bella strada di Lung’Arno si animava di cocchi ripieni di mascherate, di canti e suoni popolari, di giocose brigate, di festevoli compagnie. In ogni casa era un divertimento; i ricchi spendeano a mano franca; i poveri vendeano o impegnavano le loro masserizie; le donne si abbandonavano con gioia alla danza, gli uomini anche più seri faceano mille follie. Tutti insomma dimenticavano le cure, le faccende, i pensieri e si davan tempone, non conoscendo altro dovere che il divagamento, altra legge che il piacere.