La vita umana è così breve! il piacere così raro! la ragione così fiacca! le passioni così prepotenti! Vi è tanta seduzione negli occhi delle donne, ne’ bicchieri di sciampagna, negli accordi melodiosi d’una musica inebbriante!

Durante tutto il carnevale, Federico aveva spinto l’amico Ferraretti a’ divertimenti di ogni sorta: la mattina al quadro; la sera all’osteria, al giuoco; al ballo. In pochi giorni Federico avea renduto il giovine Ugo esperto in ogni maniera di danza; e questi vi si abbandonava con quell’ardore che a nulla riflette.

In mezzo al fascino de’ veglioni, Ugo avea per poco dimenticata la sua Luigia: egli vedeva ogni sera tante belle donne, che gli sorrideano e lanciavano occhiate da renderlo matto di amore! Egli non avea più, per così dire, il tempo di pensare alla sua Luigia; tranne quando lavorava al suo quadro, il quale, essendo quasi finito, non richiedea più che qualche mezz’ora al giorno. Alcune volte, quando Ugo ritiravasi a casa trafelato e stanco per lunga veglia, l’immagine di Luigia se gli affacciava al pensiero e gli rimprocciava la sua dimenticanza, il suo abbandono: spesso lo avvertiva di starsi in guardia contro le insidiose suggestioni dell’amico... Ma il sonno, che si abbatteva immediatamente su quella spossata organizzazione, cancellava la cara immagine, e ne riproduceva di meno pure e modeste alla febbrile fantasia del Ferraretti.

Nel porsi a letto, Ugo sentiva ogni sera un calore febbrile, il quale era succeduto da brividi irresistibili d’intenso freddo. Una smania indicibile, un affannoso eccitamento il tormentavano e il faceano balzare sulle materasse: il sonno era pieno di larve: eran vaghe e scinte donne che trescavano; giovinotti che lo invitavano al piacere; era una confusione di colori, di luce, di fiori, di suoni; un turbine incessante nel quale ei si avvolgea senza tregua e fino a che cadea spossato e infranto.

Da queste notti ambasciose Ugo si alzava a stento: tutte le membra gli dolevano; il capo gli pesava come se fosse stato ripieno di gran massa di piombo; le braccia gli cascavano inerte, e le ginocchia si ricusavano al movimento.

Un’apatia invincibile s’impadroniva di lui, per modo che non avea la forza neanche di vestirsi. Qualche volta ei rimaneva mezzo vestito e seduto sulla sponda del letto per due o tre ore, senza poter muoversi e senza sentirsi forte abbastanza da levarsi e vestirsi: rimaneva immobile in quella positura, fino a tanto che arrivava l’amico Lennois. Allora il volto di Ugo si animava; una certa vita si appalesava in lui; l’immagine dei piaceri della veglia davagli forza a sopportar la fatica de’ piaceri che lo aspettavano la sera.

Veggendo il Ferraretti a tal segno prostrato di forze, Federico sentivane contento, però che si avvicinava il tempo in cui doveva estinguersi la vita di Ugo. Il carnevale non doveva finire prima che questi fosse finito.


Era l’ultima domenica di carnevale. La neve scendeva a lenti fiocchi sulla terra e si ammonticchiava sulle alture delle case. Ugo Ferraretti si alzò ben tardi: la sua faccia era così bianca che sembrava un riverbero del letto di neve ond’eran ricoperte le campagne circostanti alla Casa di Satana. Egli non avea potuto chiuder l’occhio in tutto il corso della notte precedente; chè le larve de’ suoi estinti fratelli e quella della madre di fresco trapassata aveano popolata la diserta sua camera da letto. Oltre a ciò, una civetta era venuta a posarsi sulla ringhiera del balcone e non avea cessato di fare udire il suo funebre canto, quasi che avesse sentito colà il fetore d’un morto. Ugo avea desiderato con ansia la luce del giorno, e, quando questa ebbe fugate le tenebre, la pesantezza dell’aria esterna e la densa nebbia che avviluppava le strade facevano ancora durar la notte. Ma in sull’alba Ugo si addormentò; e il suo sonno durò fino alle undici; fu un sonno febbrile visitato da spaventevoli fantasmi.

Alzatosi, Ugo die’ le ultime pennellate al suo quadro la Preghiera. E non sì tosto fu compiuto questo sublime lavoro, la campana della Torre pendente annunziò esser giunto il giorno a metà del suo corso, e chiamava i fedeli all’ultima Messa che si celebrava nella Cattedrale. Ugo voleva assistere al divin Sacrificio, ma la forza gli mancava; le ginocchia piegavansi sotto di lui; e, al di fuora la neve copriva di candide stelle le regioni dell’aria.