Federico neanche giungeva, e Ugo si sentiva infelice senza il suo amico: la solitudine era per lui oggimai la miseria, la febbre, le larve di morte, la tisi; il canto della civetta gli rintronava tuttavia nelle orecchie.

E stette così fino a sera... Quando la luce si perdè nel cielo, essa rinacque più viva e rossa nelle case e nelle strade, le quali rifulsero di mille falò, di mille fiaccole e fanaletti, di mille nicchi accesi in sulle ringhiere dei balconi e sulle soglie sporgenti delle finestre. Carnevale spasseggiava sulle vie di Pisa, e il suo lungo mormorio arrivava sino agli orecchi di Ugo Ferraretti... Allora una specie di rabbia nervosa afferrò l’infelice artista: egli avrebbe voluto slanciarsi nel mezzo della folla festante, mischiar le sue grida a quelle dell’ebbra gioventù che berlingava ne’ baccanali del carnevale: avrebbe voluto satollarsi di piaceri fino a morire nell’ebbrezza: avrebbe voluto immergersi fino alla gola nella più sbrigliata intemperanza, per non trovarsi più a faccia a faccia coi proprii pensieri, cogli orribil pensieri di un tisico.

Disperate lagrime solcavano le guance di Ugo; lagrime di debolezza, di delirio... Pochi mesi fa, quel caro giovine avrebbe con indifferenza e forse con disprezzo e pietà gittati gli occhi su quelle lontane scene di sollazzi e di piaceri, ed avrebbe trovato nella religione quella felicità che ora ei dimandava alle larve ingannatrici del mondo. Ma pochi mesi fa, il Francese non avea calpestata la soglia di quella casa!

Mezz’ora all’incirca era stato Ugo Ferraretti inchiodato a’ cristalli del suo balcone, quando il campanello dell’uscio di scale suonò stridulamente. Ugo fece un balzo sopra se stesso e corse ad aprire.

Era il suo amico Ducastel, il quale sfoggiava per lusso ed eleganza di vestimento.

— Il quadro? dimandò questi nell’entrare, perciocchè vedendo sì mal ridotto il misero giovine, temè non fosse morto innanzi di dare le ultime pennellate al quadro.

— Finito, interamente finito, rispose Ugo, e si affrettava ad accendere un lume ad olio.

Il volto di Federico si rischiarò, e dal suo petto si sprigionò un gran sospiro.

— Io vi aspettava con impazienza, Ferdinando, disse Ugo, mentre il Lennois gittava gli avidi occhi sulla tela: era inquieto, però che in tutta questa giornata io non vi ho veduto.

— La gran neve che è venuta giù... e poi, questo benedetto carnevale uccide il tempo... visite, amici, inviti... Ma tu hai una cera terribile questa sera!... Andiamo su, a divertirci, voglio menarti al ballo in maschera di Clorinda Valdelli, la cantante.