Indi si scaglia, e con terribil mano Asconde il ferro a Baiazetto in seno, E percote Giaffer, percote Ismano, E fier percote Ariaden non meno, Stende Giunusso e Mustafa sul piano, Ferratto, Assan, Giesul, cari ad Ebreno, Cari ad Arsace, nel cui stuolo altieri Parte fur capitani, e parte alfieri.
XVII
Ed ecco giù dal ciel fulmini in terra Con destra armata d'immortal splendore Vibra Dio rimbombando; e i Turchi in guerra Tonando e ritonando empie d'orrore. Fende le nubi tenebrose, ed erra Per l'aria scossa un minaccioso ardore, Che tutto occupa il cielo in un momento: Tuona ei pur anco: ed ecco orribil vento,
XVIII
Che atro nembo di polve alza a le stelle, Che ne gli antri profondi agita l'ira Del vasto mar, che le foreste svelle, Ed isvelte su turbini le gira. Come il vulgo infedel tante procelle Contra sè volte e 'l folgorar rimira, Smarrisce il cor. Ma più terribil stringe AMEDEO l'armi, e contra lor si spinge.
XIX
Tutto di raggi orribilmente adorno Fra' turbati guerrier sangue diffonde, E l'alto Dio da l'immortal soggiorno Pur tuona, e d'atri nembi il polo asconde. A l'immenso fragor mugghiano intorno Le valli, i campi, le montagne e l'onde. Turbasi l'aria, e ne rimbomba il cielo: In fra i Turchi ogni cor s'empie di gelo.
XX
Tanto allor di temenza accoglie in seno Di Licia il campo, e sì fuggir desira, Ch'ei turba d'ogn'intorno, onde non meno Il campo de' Cilici a fuggir tira. Vede il tumulto, odene i gridi Ebreno, E contra lor solo AMEDEO rimira; Però s'innaspra, e di mortal disdegno Con volto irato e con gridar fa segno.