Poscia a lui da vicino alza la destra, Quasi duro villan dura bipenne, Quando batte, anelando, elce silvestra, Che a nave deggia rinnovar le antenne: L'elmo percote; ei come selce alpestra Saldo la piaga scitica sostenne. Ma l'Italico re tra' lombi spinse Punta mortal, ch'immantinente il vinse.
XXII
Sbieca le luci oscuramente, e suda Freddo sudor, come di neve uscito: E nel giù traboccar l'anima cruda, Sdegnosa del partir, tragge un muggito. Lasso! non ha chi ne la tomba il chiuda; Ma sanguinoso rimarrà sul lito Privo de' pianti e de gli estremi onori, Lungo pasto al digiun d'aspri avoltori.
XXIII
Quinci Aletto crudel sul duce anciso L'indomito furor non ben consola; E di Danastro a sè fingendo il viso Verso Alete e Giassarte ella sen vola. Grida il mostro infernal: certo è l'avviso: Non ascoltate invan la mia parola; Mentre quì state ad assalir le mura, Mal nostra gente è colà giù sicura.
XXIV
Quello, a noi tanto minacciato, move AMEDEO l'armi senza fallo altiere: Ei sol turba le squadre: or vostre prove Siano a lui contra in rinfrancar le schiere. Sì grida Aletto, e i cavalier commove, E lor giunge a le piante ali leggiere. Fiero intanto AMEDEO minaccia e stride, E Pirgo e Gorgo ed Acomate ancide.
XXV
Era ivi presso Abenamar, che sposo Non pria godèo de la bellezza amata, Che per legge real mosse doglioso Presso l'insegne de la gente armata. Or quì l'arco di gemme luminoso Depose in terra e la faretra aurata, E ginocchiato in ripregar mercede, Umil baciava al gran nemico il piede.