Ei cosparse d'oblìo, ne i gran timori, Ch'era figliol del celebrato Alferno, Guerrier non privo di sublimi onori, E che già di Panfilia ebbe il governo. Ivi ei seppe adunar gemme e tesori, Onde l'altiero Ebren non l'ebbe a scherno; Anzi a la figlia di bellezze eccelse Per buon consorte Abenamar ei scelse.
XXVII
Ed ella disse in su la ria partita: Guarditi in guerra alto favor di Dio; Chè, se perviene a fin tua nobil vita, Anco fia giunto a riva il viver mio. Però membrando la parola udita, D'allungarsi l'etate ebbe disìo, E formò, tristo e lagrimoso il ciglio, Sì fatte note nel mortal periglio:
XXVIII
Deh se nel patrio regno ambo i parenti Tu pur lasciasti e la gentil consorte, Vaglia il nome di lor sì che rammenti De' miei, ch'afflitti piangeran mia morte. Non son queste saette oggi possenti Del campo estinto a ristorar la sorte: Asia per te de la vittoria è priva; Che monta omai, ch'io di quì fugga, e viva.
XXIX
Così diss'egli. Ed AMEDEO, che 'n seno Chiudea memoria de' voler divini, Per quei preghi al furor non stringe il freno, Ma con la manca man gli afferra i crini, E colà con l'acciar colpisce appieno Ove il petto e la gola han suoi confini. Quei supin cade, ed AMEDEO calpesta Le fredde membra, e di ferir non resta.
XXX
Spense Almorato, Oluzalin percosse, E poi Chiausso egli piagò nel fianco, Indi Serraffo de la vita scosse, Giammai co' dardi in guerreggiar non stanco; Su l'arene di sangue umide e rosse, Fuggendo, al fier Dragutto il piè vien manco; E mentre alzarsi dal terren s'affanna Con alta piaga il vincitor lo scanna.