Mentre de l'altrui vita acerbe prede Fa l'alta destra, e 'n guerreggiar non posa, L'Angel di Rodi avea fermato il piede, Sembiante ad uom, ne la città dogliosa. Ivi gridava. Aspro aquilon, che fiede Sotto nubilo ciel valle selvosa, I sovrumani accenti altrui sembraro; Sì ch'a ciascuno il suo parlar fu chiaro:
XXXII
Rodj campioni, avvalorate i petti: Di quel grande AMEDEO giunta è la spada; E seco i turchi a guerreggiar costretti Non ch'altro, di fuggir non han pur strada. Sì li conforta. E su la fin dei detti Ei parve stella, che per l'aria vada, Allor che più la notte il ciel n'adorna: E cinta d'aure ad AMEDEO sen torna.
XXXIII
L'alto campion gir trascorrendo in questa, Omai trionfator dei duci spenti, Mirava Aletto, e, per crudel tempesta, Traboccar d'Ottoman l'armate genti. Quindi di sdegno la tartarea testa E gonfi di venen scote i serpenti Al collo intorno, e rimugghiando gira Mille cose nel cor gravido d'ira.
XXXIV
Se stessa alfin d'umane membra adorna, E va, torbido orror, per l'aure liete, Là dove per lo pian poco soggiorna, D'AMEDEO ricercando il forte Alete: Se prudente pensier non mi distorna, Guerrieri invitti, a certa morte andrete; Cotanto piove d'immortal valore Oggi da l'alto ad AMEDEO nel core.
XXXV
Cosparso di pallor bagna la strada Arsace, Ebren, del proprio sangue a morte; Perchè da solo a sol contra la spada Provarsi d'AMEDEO ciascun fu forte. Nessun più solo ad assalire il vada: Cedete alquanto a la contraria sorte; E sì forte uom, come prudenza insegna, Con lo sforzo del campo alfin si spegna.