E con la destra irata, ove trapunta Fascia d'indiche perle il sen circonda, Spigne entro il ricco manto orribil punta, E v'imprime ferita ampia e profonda. L'anima coraggiosa al varco giunta Sen va col sangue, che la terra inonda, E mesta abbandonò per modo indegno Le membra, in che beltate ebbe il suo regno.

XLII

Come chiusi quegli occhi in sonno eterno E mira il volto impallidito e scuro, Freme Alete così, ch'orrido verno È su per l'onde a rimirar men duro. Presta a quell'empio, o Regnator superno, Presta i fulmini tuoi; non fia sicuro: Chè de l'estinta gioventù diletta, A mal grado di te, vuò trar vendetta.

XLIII

Nel così dir, perchè mortale offenda, Avvisa fier là 'v'impiagarlo deggia. Ma di quanto furor l'anima accenda Ode il gran Dio da la stellante reggia; Sorge nell'alto, ed in sembianza orrenda Tutto balena il ciel, tutto lampeggia, E tra' fulgor di luminose rote Fulmini avventa, e l'empio cor percote.

XLIV

Qual del gran Po su l'arenose foci Al ciel pinte anetrelle alzano l'ali, Se fa sovra lo stormo, arcier, veloci Da l'arco intorto sibilar gli strali: Tali i turchi sen van, dianzi feroci, Vinti al tonar de i fulmini immortali. AMEDEO freme, e fra le turbe incerte Il volto e 'l brando vincitor converte.

XLV

Che sembrava egli allor che dentro il petto Incendio raccogliea d'ire infinite? Voi, ch'avete nel cielo alto ricetto, Vergini sacrosante, or sì mei dite. Qual, se sdegno a Nettun cangia l'aspetto, Teme Glauco e Nerco, teme Anfitrite: Ed ei su rote immense aspro fremente Conturba intorno il mar col gran tridente:

XLVI