Per guisa tal su quell'orribil piano L'alto d'Italia cavalier sen giva Pien di tempesta, e con terribil mano Fiumi di sangue in fra le squadre apriva. Ivi fra' tanti per suo scampo in vano Rapidamente Boecan fuggiva; Ed invan fugge Agazamin; chè 'l corso AMEDEO vince, e gli trafigge il dorso.

XLVII

Fugge Abdalà, ch'insuperabil'arco Ebbe dal padre già famoso arciero, Mai sempre invitto: ma ritrova il varco De l'atra stige sotto il gran guerriero; Piagato il collo traboccava Essarco Sul suol sanguigno. Ed AMEDEO leggiero Sovra i piè velocissimi, calcando Va tronchi e morti, e non dà posa al brando.

XLVIII

Fulmina in arme il cavalier sublime, E, sparso il volto di disdegno interno, Prego non ode, i guerreggianti opprime, E fa de' fuggitivi aspro governo. Gran selce par, giù da l'alpestri cime, Da l'onde spinta e da l'orribil verno, Che scote d'Apennin l'ombrose spalle, E da lontan fa ribombar la valle.

XLIX

Atro sangue mortal dintorno inonda, Quasi torrente altier, l'ampia contrada, E pur per entro uccisïon profonda Tinge AMEDEO la formidabil spada. Qual dove fertil pian Cerere imbionda Sotto buon mietitor casca la biada: Tal quì le turbe impallidite e vinte A' colpi del gran re cascano estinte.

L

E già nel campo errar sossopra in volta Il re de' turchi rimirato avea Sue turbe armate, e via più sempre ascolta Grido, ch'ogn'ora al cielo alto ascendea; Che sia non sa: mille pensier rivolta Nel petto acceso, ed in sembianza rea E pur con occhio di crudel disdegno, Ch'a se ne venga Oronte al fin fa segno.

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