Così diceva. A i generosi accenti Cotal Giassarte la risposta porse: Che soggiunger poss'io? non ti rammenti Qual tra noi fama questi dì trascorse? Ch'a pro dovea de le rinchiuse genti AMEDEO tosto a la battaglia esporse, AMEDEO, ch'alto nell'Italia impera, Del cielo stirpe glorïosa altiera?
LXII
Quì tace. Oronte al cavaliere amico Con altiera sembianza a dir prendea: Giassarte, io nacqui in Misia, ove il Caìco L'onde rivolve, e fu mia patria Elea; Per genitori il Ciel diemmi Ulderico E la chiara beltà d'Algazarea, E mentre a' gradi eccelsi in guerra ascendo, De l'alma grazia d'Ottoman quì splendo.
LXIII
Non starmi dunque, nè mirar, ch'in vano Pugni la plebe, o miserabil mora; Provarmi deggio, e racquistar sul piano L'alta vittoria non perduta ancora. E quì spronava: ma sul fren la mano Pongli Giassarte, e fagli far dimora. Sporgli volea quella, che dianzi scese Voce dal ciel: ma nulla Oronte intese.
LXIV
Ch'ove la fuga è più dispersa e folta, Ove più risonar sente le strida, Colà vibrando l'asta il fren rivolta, Ed arso d'ira a' fuggitivi ei grida: O dentro un vano orror gente sepolta, Chi sbigottiti a sì fuggir vi guida? Del popol d'Ottoman sì fatto è l'uso? Cangiate il brando a la conocchia, al fuso.
LXV
Così l'ingiurie e le parole adopra. E trascorrea per la sanguigna strada, E già scorgea, ch'ad Agricalte è sopra Fiero AMEDEO con la terribil spada. A ciò con lo splender di nobil'opra, Chiaro volando il nome suo sen vada, Costui s'arrischia. Ed AMEDEO la strozza Gli fere acerbo, e con l'acciar lo sgozza.