In tanto affanno ver la terra inchine Ferma le ciglia; e giù nel sen non posa Il cor, che vuol, nè può partirsi; alfine Ne ritrova la via l'alma animosa; Vassene a l'aspre rupi indi vicine Là, 've le navi sue l'onda spumosa Con lungo assalto tempestando aperse, E sovra i liti le lasciò disperse.
XXVI
Ivi le travi, che fur scherzo a l'ira De l'Oceàno, col pensier misura Intentamente; e benchè rotto, ei mira Che quasi in stato un battelletto dura; Ponvi la mano, e su l'asciutto il tira; Poscia fornirlo, e risaldar procura Con gli arnesi sdrusciti, e con le sarte, Che de la vinta armata il mare ha sparte.
XXVII
Ed al fin punta in su la ripa il piede, E 'n varando il naviglio ei su v'ascende; E poi da terra allontanato il vede, Picciola vela agli aquilon distende. Ma su la poppa non veduto siede L'Angelo seco, ed al governo attende Con occhio intento, e per la fragil nave Spira su lucida onda aura soave.
XXVIII
Nè con sembiante neghittoso e lento I gran soccorsi rimirava Aletto, Mostro infernal, cui sol pena e tormento Di Rodi afflitta empiea di gaudio il petto: Volse il pensier per mille parti intento A sviarne il campion dal Cielo eletto, E quando ella il dispera, aspra s'ingegna Di far Rodi espugnar prima ch'ei vegna.
XXIX
Teme del campo a Rodi avverso, teme Del Tartareo tiranno aspri destini; Nè può mirar da le miserie estreme A sua salute i Rodïan vicini. Arsa tra queste furie ulula, e freme Livida i guardi, invenenata i crini; Nè punto cessa intra furori immensi, Che su lo strazio de Cristian non pensi.