Entrano presso l'immortal campione I sommi duci in quel sovran soggiorno, Che di trofei, di spoglie e di corone È la gran corte e le gran scale adorno; Là su giunto AMEDEO l'armi depone In chiusa stanza, ed a lui poscia intorno Sono i guerrieri; e de' guerrieri il duce In ampia sala con sua man l'adduce.

XXXIII

Ivi il cibaro; ove la voglia accesa De' cibi è spenta, il Rodïan ragiona: Non perchè picciol regno a sua difesa Ponga in sudor la tua gentil persona, Fia che di ciò, come di vile impresa, A te deggia venir vile corona, E deggia il mondo e la cristiana fede A l'altiera tua man scarsa mercede.

XXXIV

Chè noi quì posti a militar per questa Isola angusta, e custodir suoi liti, Fatti siam, come sponda a la tempesta Che possa uscir da faretrati sciti; I quai non più ladron per la foresta Predano biade, o peregrin smarriti; Ma seguendo Ottoman, che 'n loro regna, Alzano al ciel non vilipesa insegna.

XXXV

Ei, poste a fren le regïon bitine Tra ferro e fiamma, in che pugnò primiero, Allargò dentro l'Asia il suo confine, Noi minacciando di superbo impero: Or con mille nocchier l'onde marine Ingombra, e verso noi prende il sentiero; Perchè, Rodi abbattuta, una battaglia Il varco gli apra, onde l'Europa assaglia.

XXXVI

E noi quì lunge ad ogni aita, e stretti Per dura fame in sì guardati mari, A Dio sacriamo sanguinosi i petti, Stancando l'aste ed i nemici acciari; Ma tu, ch'a nostro scampo il corso affretti, Chi ti conduce? e di qual parte appari? Come fra le nostre arme oggi ti trovi? Senza scorta di noi certo non movi?

XXXVII