Il così fatto arnese, onde m'adorno, E più l'uscir da l'ottomane tende, Ove palesemente io fo soggiorno, Che Turco io sia testimonianza rende: Ma non debbo tacere in questo giorno, Che da' cristian l'origin mia discende, A ciò che più lontan d'ogni sospetto V'entri nel cor ciò, che da me fia detto.

XLIII

Or voi dell'ascoltar fatemi degno, Nè v'incresca raccor quanto ragiono, Securi a pien che io mi conduco e vegno De lo scampo di Rodi a farvi dono. Ch'ei dovesse parlar fecero segno Ambo quei grandi: ed ei soggiunse: io sono In fra ciascun, che de la grazia altiero Sen vada d'Ottoman, forse il primiero.

XLIV

Strano ad udir; ma le terrene genti Hanno di vita lagrimosa, o lieta Specchi a vicenda, onde a le umane menti Nulla temer, nulla sperar si vieta. Ora io deggio narrar, che miei parenti D'Italia usciro, e dimoraro in Creta: Quì dal grembo materno a la stess'ora Con un altro fratel men venni fuora.

XLV

Nove anni a pena in ciel Febo rivolse, Ch'andò la genitrice a l'ore estreme; Quinci di Creta il genitor si tolse, Perch'ebbe in Cipro d'avanzarsi speme: Dunque su legno, che primier disciolse Fidò se stesso, e noi suoi figli insieme, E non grande tesor: solcammo i mari, E fummo colti da' ladron corsari.

XLVI

Vennesi a l'arme, e con terribil core Travagliossi ciascun per sua salute: Ma, contrastando a barbaro furore, Non ebber peregrin pari virtute: Tratti furo i robusti a l'ultime ore, Nostre persone al ferro, indi vendute Ad un turco baron, nei cui servigi Molto sudammo ne i paesi frigi.

XLVII