II mio fratel, cui la città straniera Cangiò suo nome, ed appellollo Alcmano, Si dilettò fin da l'età primiera Di schermire da' morbi il corpo umano: Erba non era in giogo alpin, non era Suco salubre in solitario piano, Nè pregiate acque di riposto fonte, Ch'a l'industria di lui non fosser conte.

XLVIII

Lunga stagione in questi studj spese; Poscia a' popoli infermi egli sovvenne; Glorïoso si fe'; d'ogni paese Il suo bel nome a la notizia venne. E l'istesso Ottoman, come l'intese, A se chiamollo, ed in gran pregio il tenne, E quale avesse in lui dimostrò fede; Che de la vita sua cura gli diede.

XLIX

Sì caro al gran signor pormi in oblìo Fraterna carità non gli sofferse; Ma volto ad innalzar lo stato mio A la grazia real strada m'aperse. Colto opportuno tempo al suo disìo Dunque me servo ad Ottomano offerse, E sì degno mi fe', che notte e giorno A la persona sua dimoro intorno.

L

Posso a mia voglia entrar le regie tende, Nè, s'altri il divietasse, il passo arresto: Quando il re vegghia; e s'ei riposo prende, Non meno il servo, e le sue membra io vesto: Disiderio d'onor sì non m'accende Ch'io menta; quanto parlo è manifesto: Pregio di ventate apprezzo ed amo: Son noto a tutti; Agitercan mi chiamo.

LI

E non per tanto, s'appo voi sicuro Fia mio soggiorno, e, se miei merti avranno Appo voi grazia, io fo promessa, e giuro Che segherò la gola al fìer tiranno. Così fatto parlar sembrò ben duro A' Rodïan poi che sentito l'hanno; E co' sembianti lor segno ne fero; Onde soggiunse il cavalier straniero:

LII