Atto stimate d'ascoltarsi indegno Questa vendetta, che di far prometto, E forse incontra me d'aspro disdegno E di repentino odio empiete il petto: Ma quando il torto, che sì fier sostegno Da l'iniquo Ottoman, per me fia detto, Forse in voi cesserà la meraviglia. Quì tace alquanto, e poscia a dire ei piglia.
FINE DEL CANTO VIII.
ANNOTAZIONI
AL CANTO VIII.
Argomento del Poeta: «Nel VIII ( sic ) Aletto addensa l'aria in modo, che si cessa dal combattere: Amedeo entra nella città.»
Nella st. 14 dice il Chiabrera:
Sentelo il Turco, e con sembianti irati Volto a i Baron c'ha reverenti a canto ec.
E il cav. d'Urfe' nota: «je ne say commant il puisse attribuer ce nom aux Turcs, qui n'ont point non seulement de ces titres de marquis contes ny barons, mais qui n'ont pas mesme celuy de noblesse.» Ha ragione il critico, ove il vocabolo barone si voglia intendere nel senso feudale dell'occidente; ma le parole pigliano assai volte un senso più largo che non avevano a principio: così Marchese propriamente significava Governatore civile e militare di una vasta provincia su i confini d'un grande impero: Conte voleva dire Governatore d'una città e provincia; ed ora sono puramente titoli d'onore. Ed anche si potrebbe dimostrare storicamente, che i Maomettani, se non hanno de' Baroni, hanno però de' feudatarj, che possono in nostra favella meritare quel titolo. Ma non occorre dir altro su questo proposito, sapendosi che Barone ne' poemi italiani significa un capitano di alto grado nell'esercito.
Comincia alla stanza 40 un episodio; intorno al quale furono proposte alcune opposizioni. Ad una porta di Rodi, della quale aveva la guardia Lancastro inglese, si presenta Agitercano; che, avendo ricevuta una grave ingiuria da Ottomano, viene ad offerirsi a' Cristiani, promettendo di uccidere il Signore de' Turchi. Lancastro introduce Agitercano, e lo presenta a Folco Gran Mastro di Rodi. Parve al Duca di Savoja, udendo leggere il poema, che Lancastro avesse trasgredito le regole della guerra, introducendo nella città, in tempo dell'oppugnazione, un incognito che veniva dal campo nemico, senz'averne prima ottenuta facoltà dal capitano supremo. Il cav. d'Urfé trova ragionevole, ed a buon dritto, l'osservazione del Duca; ed aggiunge che il Poeta «devoit avoir fait faire a ce Turc quelque chose en vengeance de l'offance de la quelle il se plaignoit,» E veramente non facendo più nulla questo Agitercano, l'episodio non è collegato col poema; e senz'avere la bellezza di quello di Olindo e Sofronia del Tasso, ne ha il principale difetto. Un episodio che si può stralciare senza che il poema ne riceva danno, è contrario alle leggi della poesia.
Ma l'Urfé propone un'altra censura, che risguarda alla moralità; ed è questa, che il Poeta doveva trovare l'incontro di mostrarci punito Agitercano del suo tradimento «pour montrer que Dieu punit toujours les traistres, et mesmes ceux qui pour quelque occasion qui ce soit veulent attanter a la vie de leur prince souvrain.»—Perciocchè, seguita a dire il critico, debbe il poeta sopra ogni cosa studiarsi ognora di proporre degli esempj di rimunerazione e di castigamento delle virtù e de' vizj, per allettare a quelle, e da questi allontanare i leggitori.» Sentenza degna di cavaliere cristiano! Com'ebbe Agitercano palesato il disegno di uccidere Ottomano, veggendo Amedeo che il Gran Mastro non faceva risposta, così prese a dire al traditore (canto IX 32):