VIII
Or manda me, ch'a nome suo t'onori, Onde la speme tua rimanga certa Che de' reali altissimi favori Per me ti faccia non bugiarda offerta. Felice te, che 'n sì sublimi amori Trovi la via senza cercarla aperta, E grazie godi, che per nulla etate S'affidò disïare altra beltate.
IX
Ifigenìa, che del parlare intese L'occulto fin, tale risposta diede: Troppo altamente il gran signor cortese Ad una vil sua serva usa mercede: Ma non mi dir, che meraviglia il prese De la scura beltà, che 'n me si vede; Ch'egli usato a mirarne alme ed altiere, D'una sì fral non può sentir piacere.
X
E qual mi sia, sai ben, ch'al mio consorte Mi lega d'Imeneo salda promessa, Sì che nol debbo ingiurïar sì forte; Ma non meno amar lui, ch'ami me stessa. Quì tacque. E visto per sì nobil sorte Mostrar la donna la sua voglia espressa, Fu stupido Bagon: poscia raccolse I suoi pensieri, indi la lingua sciolse:
XI
Forse avvien, che di me vergogna prendi; O ch'al mio favellar non dai credenza: Ma per mia bocca quelle cose intendi Ch'avria detto Ottomano in tua presenza. Or la cagione, onde al mio dir contendi, E che narrasti, è popolar sentenza, Ed indegna di te, nel cui bel petto E senno ed accortezza han suo ricetto.
XII
Qual sì felice fia per l'Orïente Alma, o sì paga degli uman desiri, Che per invidia non divenga ardente, Quando alle tue grandezze ella rimiri? Tu su le voglie d'Ottoman possente Sì ch'ubbidisca del tuo guardo ai giri? Sì che cangi color per tuoi sembianti? Sì che venga di ghiaccio a te davanti?