XVIII
Ed ei seguillo. Come seco il vede, Gli dimostra Ottoman volto giocondo, E seco parla, fin c'ha posto il piede In su la riva d'un vallon profondo. Come l'ebbe colà, spinta gli diede E traboccollo: non pervenne al fondo Il corpo infelicissimo, che spento Spirò la vita, e la disperse al vento.
XIX
Fornì la caccia; e sul fornir del giorno Ognuno il piè rivolse a le sue case: Torna ognun: solo Alcman non fa ritorno; E quinci Ifigenìa trista rimase. Spedì messaggi a ricercarlo intorno Ove lui ritrovar si persuase; E nulla fu del risaperne. Intanto Fingeasi in cor varie cagion di pianto.
XX
Mentre languisce, e ch'ella un dì sostiene Col sonno il cor da l'amarezza vinto, Ecco, che su l'aurora a lei sen viene In sogno l'ombra del consorte estinto. Ah che le ciglia sue non fur serene, Nè di neve, nè d'ostro il viso tinto! Nè ver lei sfavillava al modo usato La bella luce del sembiante amato.
XXI
Rabbuffato le chiome, il sguardo mesto, D'orrida pallidezza afflitto il volto, Ed il busto di piaghe atro e funesto, E di sangue e d'orror tutto era involto; E le diceva: il tuo consorte è questo: Io così sotto il ciel giaccio insepolto Esposto a saziar belve affamate, S'aiuto non mi vien da tua pietate.
XXII
Ottoman stesso ingiurioso ed empio, M'uccise. E quivi le solinghe rive, Ove sofferse il non temuto scempio, E come gli avvenisse a pien descrive. A l'esecrabile atto oltra ogni essempio Apre le luci di più viver schive La donna; e l'ombra apparsa più non vede; Sol pensa a quello annunzio, e vero il crede.