Vittorioso intra gli acciar funesti Movevi intento a le nemiche offese, Ma non prima lo sguardo in me volgesti, Che di mio stato alta pietà t'accese; Corresti, e l'arme di mia man traesti, Prendesti meco a favellar cortese, Comandando a ciascun, che 'n ogni loco Cessasse il sangue, e s'affrenasse il foco.
XX
Poco alfin ti sembrò, che scampo avesse La serva tua da miserabil morte, Che 'l tuo nobile cor tosto m'elesse, Infinita mercè, per sua consorte; Indi per l'Asia a le reine istesse Beata apparvi, e s'ammirò mia sorte, Che nel corso degli anni un picciol punto Non fosse il fianco mio dal tuo disgiunto.
XXI
Io ne le liete, io ne le sorti avverse Sempre in terra ed in mar fra le tue schiere; La bella asta real per me si terse; Adornossi il cimier di piume altiere; E se nel corpo tuo piaga s'aperse Le labbra mie la ti baciar primiere, E sempre, che 'n sudor tornasti avvolto Fur queste man che t'asciugaro il volto.
XXII
Or lassa ove t'offesi? ove cotanti Error commisi, che da me lontano Rivolgi il cor sì, che mi struggo in pianti Te pur pregando, e mi distruggo invano? Forse tra scogli, e turbini sonanti Ti produsse, Ottoman, l'empio Oceano? Ch'a te non cal, che fra i Latin schernita Tragga in dolor la miserabil vita?
XXIII
Quì tra lunghi sospir china l'adorno Suo guardo a terra moribonda, e geme; Ed egli arso d'amore, arso di scorno, Tra molli pianti inesorabil freme; E grida: a te dure catene intorno? Tu n'andrai serva a le miserie estreme? Sultana d'Ottoman tanto temesti? Unqua voce sì ria formar potesti?