Certo, ch'infra Latin porrai le piante, Ma colà giù fra lor ti vo' reina; Vogl'io, ch'a' cenni tuoi cangi sembiante, E corra Italia tributaria inchina; Roma fra sette colli arsa, fumante De gli eserciti tuoi farò rapina, Ed in lei marmi sacrerotti eterni; Cotali avrai per me catene e scherni.

XXV

Quì tacque; ed ella con sembianza oscura Per grave duolo a così dir riprese: Mentr'io timida il cor su tua ventura Dianzi piangea, dal cielo ombra discese, Ch'a' tuoi guerrier battaglia avversa e dura, E duro fin de l'animose imprese, Ed a gli assalti tuoi pianto predisse, Se quinci il campo tuo lunge non gisse.

XXVI

Che possa l'asta d'Ottoman fe' chiaro Asia, dicea, dove ei fermò l'impero, Ove, se regi le provincie armaro, Per loro morte ei più divenne altiero; Or sotto Rodi egli cadrà; riparo Altro non è, che rimutar pensiero; Corri, Sultana, a dipartirsi il prega; Miseri voi, se 'l tuo pregar nol piega.

XXVII

Così dicendo se n'andò co' venti, E rivolando al ciel subito sparse, Ed io son quì; tu le minacce senti, Senti, che d'alto messaggier m'apparse: Or che farai? deh se gli strali ardenti Più stanti al fianco, e se l'incendio, ch'arse Per me tuo core, or più t'avvampa il petto, Al celeste voler non far disdetto.

XXVIII

Mira, ch'a pianger teco oggi non vegno Per leggiera cagion con tante pene; Piango la vita tua, piango il tuo regno, Piango ogni mio conforto, ogni mio bene: Onde, se non da te, scampo, e sostegno? Onde refugio alcun sperar conviene? Ove ho da riparar? quale speranza In tanti mali a la mia vita avanza?

XXIX