Padre non ho, ch'antivedendo i danni Di vita uscì, tanto dolore il vinse Per tue battaglie; e sul fiorir de gli anni Tre miei fratelli la tua spada estinse; La madre oppressa per cotanti affanni Al nobil collo un duro laccio avvinse; Gli amici o che dispersi, o che sotterra Pur mandommegli allor forza di guerra.
XXX
Oh fra tante miserie alfin beata, Se 'ntra le fiamme de la patria, vinta, Battuta, vilipesa, incatenata Come nemica era a morir sospinta: Fossi, misera me, foss'io non nata, Foss'io tra fasce ne la culla estinta, Se 'l pianto scherni onde ti lavo i piedi, E se del cielo a messaggier non credi,
XXXI
Ove torci la fronte? ove i sembianti? Il carissimo sguardo ove raggiri? Quì non son mostri; inginocchiata avanti Hai Sultana, che sparge alti sospiri. Diceva ancor, ma lo sgorgar de i pianti Tra singulti interrotto, e tra sospiri Il vigor tolse; e sì l'angoscia crebbe Ch'ella a più favellar forza non ebbe.
XXXII
Irta le chiome, pallida, gelata Palpitando riman tra viva e morta; Sovra aureo letto di sudor bagnata Stuol di vergini serve indi la porta; Ma per lei da martir tanto agitata Il feroce Ottoman si disconforta E si contrista sì, che non ha posa Ne le gran fiamme sue l'alma amorosa.
XXXIII
Scuotesi tutto; e l'empio duol del core Per mille guise gli apparisce in volto; Pietà di lei, suo natural furore Il turban sì, che di se stesso è tolto; Poi che di guerra, e che pensier d'amore L'ha lungamente alfin volto, e rivolto, Tragge un sospiro, e con la destra segna Ch'Ebrain sì diletto a lui sen vegna.