Corre il buon servo, ed al tiranno avante S'atterra; ei l'alza, e la sinistra pone Sul caro tergo; indi in real sembiante Incomincia con lui grave sermone: Sultana, come donna, e come amante, Ha de' sospetti suoi molta cagione, Ma perch'al suo voler pronto m'inchini Aggiunge segni, e messaggier divini.

XXXV

Turbami, che da se lunge non spinga De l'acerbo mio fin tanti sospetti; Ch'ella per suo cordoglio il mal si finga, E che mia morte, e mia miseria aspetti; Duolmi che 'n van tanto dolor la stringa; Ma debbo dar de' miei nemici a i petti Le spalle in guerra? e s'a pugnar mi chiede Giusta cagion, volgere in fuga il piede?

XXXVI

Fia, che l'Asia di me tanta viltate, O pur l'Europa, cui minaccio, intenda? Varchi, Ebraino, a la futura etate Arte miglior, che d'Ottoman s'apprenda; Uscirò, pugnerò; mia feritate Mia destra, il nome mio m'armi e difenda; Contra ogni cavalier non son possente? Or ciò che prendo a favellar pon mente.

XXXVII

Quanta nel petto mio fiamma dimora Per l'altiera beltà, ch'Amor m'offerse Quando Sultana appena vista ancora Con l'afflitta sembianza il cor m'aperse, Io non dirò: tu meco fosti, allora Nulla del caso mio ti si coperse; Ben per altra cagion dirti potrei Non furo ardor da pareggiarsi a' miei.

XXXVIII

Ed or che presso le fatiche estreme O vincere, o morir m'accingo in armi, Non mi turba la morte, o ciò che insieme Sul punto del morir possa incontrarmi; Solamente, o fedel, per me si teme Che de l'alta beltà possa spogliarmi Troppo avversa battaglia; e solo ho cura Dopo il mio fin de la costei ventura.

XXXIX