Che fia di me, se giù per l'ombra inferna Fra re guerrieri ed amorosi accolto Udrò, ch'altri ne goda, o pur che scherna Con indegni servigi il suo bel volto? Ah colà tra gli abissi atra caverna Mi s'apra innanzi, e d'ogni orror più folto Tutto m'involga, e non ritrovi via, Per impiagarmi il cor, fama sì ria.

LX

Che per la morte mia d'ogni mio bene Alcuno altro amator faccia rapina? O per onta di me d'aspre catene Gravi perversa man la mia reina? Ella goda qua suso aure serene Fin ch'io godo del ciel l'aura divina; S'incontra il mio valor miseria indegna Ovunque son per gir meco sen vegna.

XLI

Tanto vogl'io, tanto Ebrain richiede Per estremo conforto a' casi duri L'antico tuo signor; s'ami la fede, Fa, che ben cauto i miei desir procuri; Non ingombri tuo cor vana mercede; Pronto disponti a ciò; vuo' che tu giuri, Che s'io rimango ne la pugna oppresso, Sultana per tua man verrammi appresso.

XLII

Sì disse: e di dolor grave i sembianti Fiso lo sguardo in Ebrain volgea; L'antico servo se n'andava in pianti, E con singulti al suo signor dicea: Non sorga giorno di dolor cotanti; Ma se pur ne verrà stagion sì rea, Di questo tuo desir vivi sicuro; Mio solo Re, per ogni fe' tel giuro.

XLIII

Quì tacque: ed Ottoman, come dolente, Torna a le piume, e ne l'orribil guerra I duci estinti rivolgendo in mente In tra duri pensier gli occhi non serra: Così molto vegghiò; pur finalmente Sonno lo sforza lusingando, ed erra Per lo petto agitato alma quiete, Ch'ogni aspra cura gli sommerge in Lete.

XLIV