Ma dal rabbioso cor voci spietate Spargeva Aletto, e sì terribil freme, Che da la fronte, e da le ciglia irate Fiamma rinversa, e rio veneno insieme; Spento Ottoman, spente sue squadre armate Quì rimiro oggi mai, spenta ogni speme, E che si possa far, quinci m'adiro, Per opra nostra a suo favor, non miro.

L

L'aer qua giù contra i furori inferni Tutto è ripien di messaggier celesti, E dal colmo del ciel fulmini eterni, Dianzi il vedemmo, a rimbombar son presti: O noi nati a soffrir tormenti e scherni! Ella nel così dir par che tempesti, Sì d'atra spuma ambe le labbra asperge, E 'n furor novo il rio demon s'immerge.

LI

Di tanti suoi desir non ben sicuro Volge in un sol pensier cose infinite; Al fin va, dove al ciel stellante e puro Asfaltide diffonde alta mefite; Quinci si scaglia più che l'ombre oscuro Per l'ombre oscure a la città di Dite, E batte in quegli orror non mai sereni L'ali infette di serpi e di veneni.

LII

Varca Cocito ed Acheronte immondo, Varca di Stige i gorghi atri e bollenti, E s'innabissa al Tartaro profondo Tra fier rimbombi de le fiamme ardenti: D'Erebo quivi è tenebroso il fondo; Stanza eterna di pianti e di tormenti; Quivi al fin scorge de' tartarei chiostri L'aspro rettor tra formidabil mostri.

LIII

Per l'ima tomba al sommo Olimpo avversa, Ove giammai pietà non segna l'orme, Fremea su l'empia turba arsa e sommersa Orrendo, immenso, tenebroso, informe; Versa ardor da mille occhi, ardore ei versa Da mille petti in mille orribil forme, E da ben mille bocche orribil tuona; A lui s'inchina Aletto, indi ragiona:

LIV