Forse spargete la mia voce a i venti, Nè sonvi a cor le mie vergogne e l'onte, Perchè tempro con voi soavi accenti? Nè so gridar? nè le minaccie ho pronte? Ah Persefone ria, non ti rammenti Quando a te col mio dir cangio la fronte? E che, se forte a scongiurarlo prendo, Costringo al mio voler l'Erebo orrendo?
XXVI
Non pose fine al favellar, che sorto Scorse l'uom spento e 'n guisa tal s'offerse, Che sembrava a mirar tra vivo e morto Di sì fatto colore ei si coperse; Era sanguigno i crin, lo sguardo torto, La fronte oscura; e sì le labbra aperse Che, qual fischio per l'aria udir si suole, Ferian l'orecchie altrui le sue parole.
XXVII
E dice: a che 'l tuo cor cotanto or freme? Perchè minacci? e di gridar non resti? O te crudel, che dopo l'ore estreme I miseri svenati anco molesti; Cadrà 'l popolo turco, e seco insieme Questi campi Ottoman farà funesti Del proprio sangue dilagati e sparsi Pria che dimane il sol veggia corcarsi.
XXVIII
Egli scampo non ha; tutta è fornita La speranza di voi, se per pietade Vergine non espon sua propria vita, E se stessa uccidendo ella non cade, Come dal petto fìer la voce uscita Nunzia fu de l'atroce crudeltade, Fece in aria volar strida dogliose, Indi il morto cadeo, nè più rispose.
XXIX
Poi che da l'ombra ria Sangario colse Esser la morte d'Ottoman vicina, E quale era il rifugio, ei si rivolse A farne saggio il cor de la regina; Ella ben pronta il suo venir raccolse, Ma da gli atti di lui duol s'indivina Onde non può tacer tosto che vede Quegli occhi foschi, e disiosa chiede: