Per me di fiera guerra orribile arte Arma di Rodi il campo in questi giorni, Che se del gaudio suo non fossi a parte, Forano d'Ottoman lieti i ritorni; E d'altrui si vedran le vene sparte Perchè regia corona il crin m'adorni? Tale offerta s'udrà? tu, che l'intendi O celeste pietà non te ne offendi?

XLI

Deh come lieta, e del mio ben gioiosa Verrebbe l'Asia a rimirarmi intenta Veggendomi apparir vittoriosa Col voto altier de la sorella spenta? Qual non sarà per me vista sdegnosa? O qual fìa lingua a bestemmiarmi lenta? Chi da me lunge non torrà suoi passi? Per certo anco le fere, ed anco i sassi.

XLII

Ella così contrasta; e non per tanto Ne la nobile impresa Irene è forte, E soggiungea: non invidiar mio vanto; Io son fermata di condurmi a morte, Or tu disgombra il duol, disgombra il pianto, E l'incauto pensier volgi a tua sorte, Acerbissima sì, ch'ella ti mena; S'io nol divieto, a miserabil pena.

XLIII

Dono i miei giorni a queste squadre armate; E perchè l'Asia nostra alma s'onori; E perchè sian di te l'ore beate Godendo i regni, e d'Ottoman gli amori, Le rimembranze, che ciascuna etate Per chiara fama ascolterà maggiori Il grido, il rimbombar de i pregi miei Fiami quel ben, che più vivendo avrei.

XLIV

De l'umano passaggio i dì son corti; Solo n'eterna, e ne mantien virtute; Vivete lieti, e ne i maggior conforti Me rammentate, onde vi vien salute. Sultana a quel parlar sembianti smorti, Occhi avea tenebrosi, e labbra mute, Venuta a men nel duol che la trafisse, Allora Irene in ver Sangario disse:

XLV