Regni Sultana; e ne la patria terra Non pure il pregio suo sen vada altiero, Ma di quanto l'Egeo nel grembo serra Al legnaggio di lei si faccia impero; Ei tenda l'arco, e minacciando in guerra Italia il tremi, e l'orgoglioso Ibero; Questo cheggio da voi, questo dimando, E con queste preghiere il sangue spando.
LI
Fornito il dir, de l'essecrabil spada Pon l'else in terra, e con crudel furore Sovra lei s'abbandona, e fa che vada L'orrida punta a ritrovarle il core; L'alma, che se ne uscì per l'empia strada, Le guancie asperse di mortal pallore, E quegli occhi ammorzò, ch'al mondo furo Lampi di viva luce, un nembo oscuro.
LII
Tepido ancora, e de le piaghe molle Era il bel corpo, e sanguinava il lito, Quando tra forti turbini s'estolle Ed a gli amici sguardi ecco è rapito; Froda fu di demon, che mostrar volle Esser l'atto terribile gradito, E che s'era adempiuto il fier decreto, Ed il cor di Sangario indi fu lieto.
LIII
Ei calcando il sentier rapidamente A la tenda real fece ritorno, Che vicina a' zafir de l'Orïente Omai l'aurora precorreva il giorno; E già guerniti d'arme, inclita gente, Erano i duci ad Ottomano intorno, Ed ei volto a gli assalti omai vicini, Sbandito il sonno, abbandonava i lini.
LIV
Ivi disse del re l'ore perverse, E ciò che per suo scampo il ciel promise; E ch'a morte magnanima s'offerse La bella Irene e di sua man s'ancise. Verso il nunzio crudel l'alme converse Teneano i Turchi in miserabil guise, E 'l sovrano signor, come l'intese, Tra pietoso ed irato, a parlar prese: