L'argomento del poeta è brevissimo:—Nel XI si sacrifica Irene sorella di Sultana per lo scampo di Ottomano.—Ma le osservazioni critiche del Cav. d'Urfé sono copiose. Nota in primo luogo che il poeta «descrit l'habitation de Sangario, comme si c'estoit en sa propre demeure avec les paremants et horreurs qui sont dans les effroyables cavernes de telles gens.» La qual cosa sembra non convenevole al censore; perchè cioè ils sont devant de Rhodes, non già nella patria di Sangario, il quale nacque sul Nilo, poi giunse in Asia ed ottenne il favore di Ottomano. La censura è verissima; se non che nella stampa non si trova la descrizione della casa del Mago e de' paramenti che orribilmente l'ornavano. Vero è che il Poeta dice l' orribil stanza parlando del luogo, nel quale chiudevasi Sangario per operare i suoi studj di magia; ma oltre che il Chiabrera non fa descrizione di paramenti, ognuno ben vede che il mago doveva avere una tenda, o trabacca, o cosa simile, dov'esercitarsi ne' suoi incantesimi. Adunque diremo che il Poeta togliesse dall'opera sua quella descrizione che giustamente spiaceva al censore.
Seguita a dire il Cav. d'Urfé che «la Sultane parle a Sangario de l'action que Amedee avoit fait le mesme jour comme s'il y avoit des mois et des annees; venne de l'alma Italia; fece di sangue ogni sentiero.» L'osservazione è giustissima; e duolmi che il Chiabrera non abbia tolto dal poema questa dissonanza; nè anche nel MS. che lasciò emendato per la seconda edizione.
La terza censura riprende il Poeta per avere mal conosciute le regole de' magici scongiuri: «Sangario au commancemant de sa coniuration outrage le Demon qu'il invoque et l'appelle cruel et meschant, ce qui n'est pas suivant le reigles de samblables enchanteurs, qui au contraire les louent toujours.» Io confesso la mia ignoranza assoluta del cerimoniale de' Maghi quando parlano a' demonj; ma dico che nel poema, qual è nella stampa, non veggio che Sangario sul bel principio manchi di rispetto a' signori del regno tenebroso; che anzi li prega e dà loro il titolo di Numi possenti. Forse il MS. venne riformato dal Chiabrera, dopo d'aver imparato, dal suo censore il Galateo de' diavoli.
Profonda è l'osservazione seguente, per coloro che riguardassero le magiche frodi come un'arte vera fondata sopra regole sicure: «Mais il faut noter icy une chose; que je ne say comme l'Auteur a osé mettre les paroles mesmes des quelles le magicien se sert; chose qui est encores sans exemple, car c'est aprandre a faire le mesme sortilege. Et tous les autres poetes qui en ont parlé, s'ils mettent les circostances et les choses qu'ils font, ils ne mettent point les parolles, mais disent seulement, il murmura certains vers ou certaines parolles; et s'ils mettent les parolles, ils passent sous silance les circostances, mais celuy cy a mis touttes le deux. Et ce qui est cause que cela ne se doit pas, c'est que ou lon aprand ( sic ) a etre sourcier si la recette est vraye; ou bien si quelque curieux la vouloit espreuver et ne le trouvant pas vray ( sic ), il peut convaincre l'auteur de faux.»
Veramente io penso che non dorrebbe gran cosa al Poeta d'esser convinto di falso in arti magiche; ma se il Chiabrera voleva introdurre magie nell'Amedeide, doveva conformarsi a ciò, che secondo l'opinione di coloro che prestano fede a' sortilegj e simili sciocche ribalderie, è proprio dell'arte magica; specialmente avendone gli esempj d'altri poeti.
Un'altra censura non sarà quì trascritta, perchè nel poema stampato non apparisce la contraddizione notata dal Cav. d'Urfè; ed è la seguente: Irene s'offre a morire per placare gli spiriti infernali; ma nell'atto di darsi la morte prega gli spiriti celesti ad esser paghi di tal sacrifizio. Se così era nel MS. ottimamente fece il Poeta a riformare questa parte dell'opera.
Ma, soggiunge l'Urfè: il Demonio che inventò l'artifìzio di far morire una Vergine vittima agli Dei, era molto ignorante, non sapendo che i Turchi adorano un solo Dio, e non fanno sagrifizj agli Spiriti infernali. Questa osservazione non è da porsi in dispregio.
E ciò stesso diciamo della seguente: vassene Sangario a cercare un morto nel luogo dove il dì avanti s'era combattuto; nè il Poeta parla di sentinelle, che guardassero il campo; cosa troppo contraria alle regole di buona guerra. Si potrebbe rispondere che i Turchi d'allora non sapevano, o non curavano tutte le minutezze della nostra disciplina militare; ma sarebbe risposta da non farne conto; perciocchè i Rodiani, specialmente essendo smantellata la città, e il campo ad essa vicino, non potevano rimanere senza guardie in faccia al nemico; secondo che ottimamente considera il censore.
Trascriverò l'ultima osservazione: «De plus, il fait que Ireine se tue elle mesme, qui est une chose inacoutumee et qui n'a iamais esté ditte que la victime se tua soy mesme.» Qui altri potrebbe dire, che non si trattava precisamente di un sagrifizio in tutto il rigore teologico ossia liturgico (che anche le false religioni hanno certe loro credenze e cerimonie fedelmente mantenute), ma sì di far morire una vergine, della quale i demonj chiedevano la morte per salvare Ottomano. Come che sia, non piace nè a me pure, quella Irene che da se medesima s'uccide. Vorrem noi dire che il Poeta pensasse con ciò di far meglio risaltare l'eroismo della vergine?
È degno di osservazione che nel sec. XVI, anzi nel 1555 due protestanti inglesi, cioè il chimico Devi ed un Kellay suo compagno, avevano posto nuovamente in uso la sacrilega superstizione di tentare per mezzo de' cadaveri di conoscere le cose occulte; come si può vedere in una operetta del Gaspari intorno le avventure di Francesco Pucci.