III
Poi che dannato, ed al parente estinto Pagò sue pene sostenendo esiglio, A suo mal grado abbandonò Tirinto Tlepolemo d'Alcide inclito figlio; Molto per varia via spinto e rispinto, Al fin Rodi abitar prese consiglio; Quivi dal lungo error fermò suoi piedi Gran genitor di numerosi eredi.
IV
Trascorre il tempo, e tra l'arene altieri Diedero di virtute eccelsi segni, E ne i giorni de l'ozio, e nei guerrieri Di non usata gloria apparver degni; Forti di braccio e sovra i piè leggieri Rivolsero in stupor d'Elide i regni; Fier lottatori, e fur sue glorie note De gli aurei carri in raggirar le rote.
V
E quando il sole ad onorar s'accese Rodi, ed il gran colosso a l'aria ella erse, Corse la nobil gente a l'alte imprese, Ed immensa ricchezza ivi disperse; Da sì fatti avi Astidamante scese, Nè giammai Rodi tralignar lo scerse In bella pace da gli antichi onori, E colse in guerra i più sublimi allori.
VI
Ma ne l'ore presenti infermo il fianco, E tra le crespe scolorito il volto, E curvo il tergo, e su le guancie bianco, De la spada guerriera iva disciolto; Or mentre affaticava il piede stanco, Ver duo giovani figli il guardo ha volto, Coppia, che 'n armi intrepida e sicura Amava morte per l'amabil mura.
VII
Dicea: vecchiezza del morir vicina, Non pure a guerreggiar le vie mi serra, Ma questi omeri miei sì forte inchina, Ch'altro non mi riman, che gir sotterra; Voi de la patria a la mortal ruina Siate sostegno, e travagliate in guerra, Voi sprezzate animosi archi e ferite, Ed ornate i begli anni, onde fiorite.