XVIII

Ma se de gli altrui mal non mai digiuna Fia che la guerra a' miei desir ti tolga, Al mondo non riman sembianza alcuna Di peregrino merto, ov'io mi volga; Tolta da gli altrui guardi, in vesta bruna, Sarà stanza d'orror che mi raccolga, In cui sempre di te rivolta al nome Spoglierò 'l capo mio di queste chiome.

XIX

Giuro la fiamma di quel sol superna, Che tutte di quaggiù l'opre rimira, Giuro di Dio la forza alta ed eterna, Onde ei già fu creato, onde ei si gira, D'Alceo vivrommi, e non sarà ch'io scherna La giusta fede, che 'l tuo cor desira; S'altro chiudi nel sen, fammelo aperto; Di questo, onde mi preghi, esser dei certo.

XX

A questi detti Alceo soggiunse: avvegna Che debba oggi Ottoman perder suo vanto, E mirarsi atterrar ciascuna insegna, Di forza ha l'asta d'AMEDEO cotanto, Par tuttavia, che paventar convegna Non trovi un giorno Rodi ultimo pianto, E sotto Turchi non trabocchi al fine, Sì l'armi impetuose ella ha vicine.

XXI

Donna, se di mia scorta il Ciel ti priva, Cresci l'unico erede; indi lontano Fuggi, e di Rodi il precipizio schiva, Ben certo a i guardi del giudicio umano; Italia cerca, e de la Dora in riva Riposa il piè su l'ammirabil piano, Ove sotto buon scettro a ciascuna ora Il valor cresce e la virtù s'onora.

XXII

Sì parla, e 'n braccio da la madre prende Il caro germe; ed ei rivolto al lume, Che da l'elmo paterno intorno splende Pargoleggiando ne trattò le piume; Alceo lo bacia, indi a la madre il rende: E non è, disse, di fanciul costume Trastullando affisar ferri sì tersi; O ce lo guardi il ciel da' casi avversi.